Archive from gennaio, 2009
Gen 23, 2009 - Poesia e prosa    1 Comment

Lasciami la possibilità d’amare

 

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Chiudimi in una stanza e butta via la chiave!
Mi sentirai cantare ogni giorno con voce soave,
beandomi di un raggio di sole peregrino…
Toglimi pure il cibo,
l’acqua e l’aria… lasciami al freddo
al buio… toglimi anche la speranza!
Ogni giorno avrò per te un sorriso, una parola
ed una benedizione…
Ma ti prego… ti prego…
non togliermi la possibilità
di amare, non negarmelo…
Perchè non c’è solitudine peggiore di quella del cuore.

Gen 22, 2009 - Poesia e prosa    2 Comments

Solitudini

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La vita è un po’ come una stazione ferroviaria… gente va, viene, si ferma, riparte…
(clicca sull’immagine)
Gen 11, 2009 - Senza categoria    1 Comment

Omaggio a Fabrizio de Andrè

Il Poeta degli Ultimi


 
Fabrizio De Andrè nasce a Genova Pegli, in Via De Nicolai, il 18 febbraio 1940.

Dopo aver trascorso gli anni della guerra in campagna a Revignano d’Asti, la famiglia De Andrè fa ritorno a Genova, in Via Trieste numero13.
Fabrizio studia al liceo “Cristoforo Colombo” e dopo il diploma si iscrive all’università, frequentando con poca convinzione prima medicina e lettere, poi giurisprudenza, dove supera diciotto esami senza arrivare però alla laurea.
La sua è una normale gioventù da figlio di agiata famiglia della buona borghesia: la scuola, tre mesi di villeggiatura al mare, variegate letture nella biblioteca di casa, ma anche lunghe serate trascorse con Paolo Villaggio, Luigi Tenco, Gino Paoli e il poeta Remo Borzini a parlare di letteratura, di poesia e di cantautori francesi.
A sedici anni compra la sua prima chitarra e il primo amplificatore e si mette a suonare jazz con un gruppo guidato dal pianista Mario De Santis, nel quale capita spesso Luigi Tenco col suo sax tenore; De Andrè si ispira alle sonorità e allo stile del chitarrista americano Jim Hall, suo idolo.
I successivi passi nella musica li muove cantando e suonando in una formazione country e western che si chiama The Crazy Cowboy and Sheriff One, con cui si esibisce nelle feste studentesche.
Nello stesso periodo butta giù le sue prime composizioni, canzoni strane e crude che parlano di suicidi, puttane, drogati e impiccati.
Nel 1958 incide il suo primo 45 giri, Nuvole barocche, passato praticamente inosservato. Si sposa a ventidue anni con Erica Rignon (detta Puny) e diventa padre di Cristiano a meno di ventitre.
In quel periodo alterna ancora l’hobby della musica ad un impiego negli istituti privati del padre (che aveva a Genova un paio di scuole per ragionieri, periti e geometri).
Il suo primo grande successo è La canzone di Marinella, brano che viene interpretato da Mina nel 1965 diventando subito un best seller. Nel 1966 esce il suo primo album, Tutto Fabrizio De Andrè. Nel 1976 dopo aver incontrato la cantante Dori Ghezzi, sua compagna da allora e da cui ha avuto la figlia Luisa Vittoria (Luvi), acquista un’azienda agricola in Sardegna, nella zona di Tempio Pausiana.
Il 28 agosto 1979 viene sequestrato insieme a Dori Grezzi e per quattro mesi la coppia rimane prigioniera sulle montagne sarde.
Fin dalle sue prime incisioni De Andrè si è imposto come il cantautore italiano che più di ogni altro si è accostato al genere musicale di grandi autori come Jacques Brel, Leonard Cohen e Bob Dylan; è stato il primo in Italia a dare alla canzone contenuti nuovi rispetto a quelli tradizionali, dimostrando che attraverso la canzone si potevano anche raccontare storie fino a quel momento riservate agli scrittori o ai poeti.
Alla sua attività di autore e interprete ha affiancato quella di traduttore dei testi di Georges Brassens, Dylan e Cohen.
Mentre i suoi album continuavano a uscire, De Andrè si rifiutava di fare televisione e di esibirsi in pubblico.
Il suo primo concerto lo ha tenuto il 18 marzo 1975 alla Bussola di Focette, affiancato dai New Trolls.
Da allora le sue esibizioni dal vivo sono state comunque rare.
Muore a Milano l’11 gennaio 1999.



Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento
quel che gli lascio in eredità,
non maleditemi non serve a niente
tanto all’inferno ci sarò già.

Ai protettori delle battone
lascio un impiego da ragioniere
perchè provetti nel loro mestiere
rendano edotta la popolazione,
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana,
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana.

Voglio lasciare a Bianca Maria
che se ne frega della decenza
un attestato di benemerenza
che al matrimonio le spiani la via,
con tanti auguri per chi ci è caduto
di conservarsi felice e cornuto,
con tanti auguri per chi ci è caduto
di conservarsi felice e cornuto.

Sorella morte lasciami il tempo
di terminare il mio testamento,
lasciami il tempo di salutare,
di riverire, di ringraziare
tutti gli artefici del girotondo
intorno al letto di un moribondo.

Signor becchino mi ascolti un poco
il suo lavoro a tutti non piace,
non lo consideran tanto un bel gioco
coprir di terra chi riposa in pace,
ed è per questo che io mi onoro
nel consegnarle la vanga d’oro,
ed è per questo che io mi onoro
ne consegnarle la vanga d’oro.

Per quella candida vecchia contessa
che non si muove più dal mio letto
per estirparmi l’insana promessa
di riservarle i miei numeri al lotto,
non vedo l’ora di andar fra i dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati,
non vedo l’ora di andar fra i dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati.

Quando la morte mi chiederà
di restituirle la libertà
forse una lacrima,
forse una sola,
sulla mia tomba si spenderà
forse un sorriso,
forse uno solo,
dal mio ricordo germoglierà.

Se dalla carne mia già corrosa
dove il mio cuore ha battuto il tempo
dovesse nascere un giorno una rosa
la do alla donna che mi offrì il suo pianto,
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d’amore,
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d’amore.

A te che fosti la più contesa,
la cortigiana che non si da a tutti
ed ora all’angolo di quella chiesa
offri le immagini ai belli ed ai brutti,
lascio le note di questa canzone
canto il dolore della tua illusione
a te che sei per tirare avanti
costretta a vendere Cristo e i Santi.

Quando la morte mi chiamerà
nessuno al mondo si accorgerà
che un uomo è morto senza parlare
senza sapere la verità,
che un uomo è morto senza pregare
fuggendo il peso della pietà.

Cari fratelli dell’altra sponda
cantammo in coro giù sulla terra,
amammo in cento l’identica donna,
partimmo in mille per la stessa guerra.
Questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli,
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli.


Sono già passati dieci anni… ma cosa conta il tempo? Tu, il tuo pensiero, quello che sei sempre stato e sempre sarai è qui, insieme a noi… e non ci abbandonerà… fino alla fine dei Tempi.
Grazie, Fabrizio… hai fatto di noi persone migliori.