Archive from giugno, 2014

Maria, Regina Pacis

Maria si è definita, in una delle Sue apparizioni ai veggenti di Madjugorje, “Regina della Pace”…
La parola Pace è la più bistrattata, insieme alla parola “amore” ed alla parola “comprensione”… vorrei riflettere, insieme a voi, sul motivo per cui la Vergine insiste, nei Suoi Messaggi all’Umanità, a mettere al primo posto la Pace.
Cos’è che distingue Maria dalle altre donne? Cos’è che la rende unica? Non credo che dipenda solo dall’essere stata scelta da Dio per diventare Madre del Dio Vivente. Maria – secondo me – era già stata scelta dalla Sua stessa Natura. Maria era una Creatura Obbediente. E come tale, era una Creatura di Pace.

Infatti, non può esserci Pace laddove c’è sempre qualcosa che si agita e che si oppone… Non può esserci Pace se non c’è obbedienza…. La Pace è l’assenza di conflitto. L’Obbedienza a Dio scaturisce dalla profonda comprensione della Sua Verità. Non è il risultato di una coercizione, bensì l’accettazione della Verità come ultima istanza dell’anima che cerca la sua destinazione.

Maria era una Creatura Obbediente. Contrariamente ad Eva, Madre Terrena dell’Umanità (la quale disattende la Volontà Divina), Maria in quanto Madre Celeste dell’Umanità accoglie la Parola di Dio e la Conserva nel Ventre fino a dare alla Luce il Cristo. Riscatta il peccato Originale con un semplice “Ecco la Serva del Signore”.

Simbolicamente, laddove Cristo riscatta il peccato originale commesso da Adamo, mondando quindi l’intera Umanità con il Suo Prezioso Sacrificio, Maria riscatta la stirpe di Eva portando alle donne di tutte i tempi un messaggio di Pace, il valore della Pace che può estrinsecarsi solo nell’Obbedienza alla Volontà Divina, all’accettazione della Sua Verità.
Ognuno di noi nella propria vita può sperimentare la Pace che scaturisce dall’assenza di conflitto. Persino un’opera laica come quella della psicoanalisi comprende quanto sia importante l’assenza di conflitti per operare la guarigione, anche se con motivazioni ed esemplificazioni che a volte si distaccano dalla Verità Divina.

Quando siamo preda dei conflitti, ogni parte di noi è in lite con l’altra… e nessuna di esse riesce a trovare un punto di incontro. Soffriamo perciò dell’esistenza di conflitto interiore e questo si riverbera sulla nostra vita di relazione, sul nostro sistema neurovegetativo e persino sui ritmi del nostro sonno. Stiamo male. E spesso non sappiamo perchè.
Sul piano dell’anima, il conflitto scaturisce dalla difficoltà di conciliare la vita terrena – con le sue richieste e le sue intemperanze – con quella ultraterrena, alla quale l’anima naturalmente tende. Più una creatura umana che vive nel mondo ed opera in esso, con tutte le contraddizioni che questo comporta, anela alla Vita Celeste più il conflitto sarà vivo e doloroso. Se per alcuni il conflitto è fonte di malessere che però viene contenuto tramite la capacità di introspezione e di analisi, per altri diviene il pretesto per dare voce all’insoddisfazione, proiettando all’esterno le frustrazioni ed il dolore irrisolto. Ecco che l’individuo diventa amaro, scontroso, egoista, intollerante, sordo a qualsiasi sollecitazione provenga dall’anima. La coscienza viene messa a tacere con tutte le sue istanze, ivi compresa quella che sola potrebbe darci pace e cioè… Obbiedienza. Obbedienza alla Parola di Dio, al Suo invito ad amare o, perlomeno, a provare ad amare.

Questo stato di amarezza, portato e sopportato per lungo tempo, può rendere un individuo cieco e sordo. Un Golem, un essere fatto di creta che ha perso l’originario Spirito Divino. Un uomo di terracotta. Vive come racchiuso in una gabbia di filo spinato, ogni cosa che non lo riguardi strettamente o non riguardi la sua cerchia più stretta cessa di avere valore. L’unica cosa che conta è l’Io con i suoi bisogni. L’altro non esiste più, o meglio diventa un peso, una limitazione alla propria libertà di azione.

Ultimamente ho avuto occasione – nell’ambito del mio lavoro di segretaria legale – di osservare frequenti litigi fra consanguinei per questioni di eredità. Non c’è cosa più dolorosa, per chi ha Fede in Dio e per chi crede nel valore della fratellanza, che assistere ad una lite fra fratelli per questioni di soldi, liti che troppo spesso finiscono davanti al Giudice. E se quant’anche si avesse ragione? Si finirebbe con l’aver riconosciuto – forse – un proprio diritto, ma si perderebbe per sempre un fratello.

Ecco, questa è la scaturigine della guerra. L’inizio di tutte le carestie. Un uomo che accusa suo fratello.
La Verità Divina ci spinge oltre, oltre il diritto soggettivo, oltre la legge degli uomini, oltre il bene materiale. Oltre il nostro stesso bene. Ci spinge verso l’Amore, verso la Pace, verso Maria.

Che grande lezione che ha dato Maria a tutta l’Umanità… ma le Sue parole troppo spesso vengono trascurate… le Sue preghiere ignorate, i Suoi appelli respinti. Non dobbiamo aver paura di Amare… l’Amore è la sola vera grande potenza mondiale. Tutte le altre sono destinate miseramente alla morte.

Il rispetto di Se’

Il rispetto di Se’ dovrebbe essere il punto di partenza per coloro che vogliono cambiare vita radicalmente.
Ci sono persone che hanno avuto la Grazia (perchè di Grazia si tratta) di cambiare totalmente il loro modo di essere, di passare da una situazione di disordine e insoddisfazione ad una ben più elevata che li ha resi se non proprio felici e scoppiettanti di gioia quantomeno armoniosi e sereni.
Certo, si fa presto a parlare quando si arriva alla mia età dopo esser stati sballottati a destra e a manca ed essere perciò arrivati alla conclusione che non c’è cibo migliore di quello dello spirito, nè bevanda migliore di quella che ci lascia esattamente come ci ha trovato e che ogni occupazione purchè onesta va bene per guadagnarsi il pane…
Per un ragazzo o una ragazza è più difficile accettare la briglia. Far loro capire che ingurgitare o fumare di tutto non è propriamente rispettare Se’ stessi. Che il denaro non viene prima della dignità o del rispetto degli altri. Che l’onestà non è una zavorra ma un valore unico nella vita.
Scrivo Se’ con la maiuscola non a caso. Rispettare il proprio corpo spesso vuol dire anche rispettare il proprio Spirito. Chi si butta via in una notte non sarà in grado poi di ritrovarsi per parecchio tempo.
Sbagliare è umano ed è facile. Non c’è nulla di più facile (e a volte anche divertente) di sbagliare. E’ la conseguenza dell’errore che reca sofferenza, non l’errore stesso. Quello in se’ non è pericoloso. Fumare uno spinello non è la fine del mondo, lo è però la sensazione di facilità nel trasgredire che ne consegue. Se ogni volta che i ragazzi che assumono psicofarmaci e alcool per sballarsi, o che fumano o sniffano, si sentissero male seriamente… credete che continuerebbero a farlo? Che si divertirebbero? Il pericolo sta proprio nel fatto che il danno c’è… ma non si vede.
Quindi, il vero pericolo è nel fatto che la trasgressione nuoce sia al corpo che allo spirito, ma mentre nel corpo a volte è evidente fin da subito (il malessere del giorno dopo ne è il segno), nello Spirito questo non si evidenzia se non dopo anni.
Questo mucchietto di banalità che ho appena scritto serve però ad introdurre (forse altre banalità, mah…) il discorso sul male del secolo che non attacca il corpo direttamente, ma lo fa colpendo PRIMA lo Spirito.
Un bellissimo romanzo di Oscar Wilde rappresenta magnificamente ciò che intendo con “male dello Spirito). “Il ritratto di Dorian Gray”:

Dopo una tormentata storia d’amore con un’attrice di teatro di nome Sybilla Vane, terminata col suicidio della ragazza, Dorian, vedendo che la sua figura nel quadro invecchia ed assume spaventose smorfie tutte le volte che egli commette un atto feroce e ingiusto, come se fosse la rappresentazione della sua coscienza, nasconde il quadro in soffitta e si dà ad una vita all’insegna del piacere, sicuro che il quadro patirà le miserie della sorte al posto suo. Non rivelerà a nessuno dell’esistenza del quadro, fuorché a Hallward, che poi ucciderà in preda alla follia fomentata dalle critiche del pittore, che ritiene causa dei suoi mali in quanto creatore dell’opera. Ogni tanto, però, si reca segretamente nella soffitta per controllare e schernire il suo ritratto che invecchia giorno dopo giorno, ma che gli crea anche tanti rimorsi e timori. Finché, stanco del peso che il ritratto gli fa sentire, nella speranza di liberarsi dalla vita malvagia che stava conducendo, lacera il quadro con lo stesso coltello con cui aveva ucciso Hallward. I suoi servi troveranno Dorian Gray morto, irriconoscibile e precocemente avvizzito, ai piedi del ritratto incontaminato, con un coltello conficcato nel cuore. (da Wikipedia)

Ciò che Dorian fa al suo Spirito non è di immediata comprensione… solo al momento della sua morte ci si potrà rendere conto di come una vita passata alla ricerca del piacere, della felicità incontrollata senza riguardo per niente e per nessuno, possa lasciare nell’anima piaghe inguaribili e ombre di tenebra…

Giu 25, 2014 - Pensieri e riflessioni    No Comments

L’Amore di Dio

 

Cos’è che rende certi individui amari e disperati al punto da renderli totalmente indifferenti a tutto ciò che li circonda? Cos’è che manca a queste persone per renderle – se non proprio felici e serene – almeno in grado di affrontare il dolore e procedere nella vita? Perchè se è vero che di disperazione si può morire, è vero anche – purtroppo – che si può vivere una vita intera in preda alla disperazione, senza mai conoscere un raggio di luce. Cos’è allora che queste persone possono e devono fare per cambiare la loro condizione di sofferenza?

E’ una di quelle domande che mi pongo da quando ho scoperto per la prima volta cos’è la sofferenza dell’anima. Non c’è sofferenza peggiore. La sofferenza del corpo può venir alleviata o accettata e sopportata con rassegnazione. Ma non quella dell’anima (e della mente, che in fondo è l’interfaccia evidente dell’anima).

Ho conosciuto molte persone nella mia vita… di tutte le estrazioni sociali e di tutte le culture. Ma la sofferenza dell’anima è uguale per tutti. Ho imparato che se la droga ha preso tanto piede nel mondo è perchè è il modo immediato di mettere a tacere il dolore dell’esistenza. Perchè l’esistenza non per tutti è gioia e inno alla vita… per molti l’esistenza è un peso insopportabile. Come si riconosce una persona che soffre del male di vivere? Non è difficile… non sempre è una persona depressa… a volte è una persona aggressiva, cattiva… in genere di fronte alle persone cattive siamo portati a pensare che siano così per natura… alcune volte è vero, ma le persone veramente malvagie sono molto molto poche… si possono contare sulle dita di una mano ed hanno a che fare spesso con misteri più grandi di noi.

Ma le persone cattive, quelle che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada…quelle sono solo persone sofferenti… sono persone per le quali la luce della vita si è quasi completamente spenta… e sono proprio quelle le persone che hanno più bisogno di amore… e di noi. Non abbandoniamole. Cerchiamo di comprenderle e, se possiamo, di aiutarle. Non condanniamole prima di aver compreso. Se non abbiamo la forza di comunicare con loro, almeno, non aggrediamole. Perchè così non facciamo che rafforzare la loro idea di un mondo crudele e spietato. Sono persone che hanno perso il senso della misura, che non sanno più vedere la bellezza di un fiore e dato che non capiscono la bellezza la distruggono. Abbiamo pietà di loro, proprio perchè loro di noi pietà non l’avrebbero.

Quando nella vita di una persona entra la “pietas”  piano piano l’anima si illumina dell’Amore di Dio … quando sentiamo le parole “aprire il proprio cuore al Signore” dobbiamo comprendere che il Signore non può nulla di fronte al nostro rifiuto di Lui. In questo sta il “libero arbitrio”… noi stessi abbiamo scelto il libero arbitrio alla possibilità di vivere eternamente nel Suo Amore. E Lui, in quanto Padre Amoroso, ha concesso ciò che era nostro desiderio… ma non ci ha chiuso la porta come molti padri terreni fanno di fronte alla ribellione dei figli… bensì ci ha lasciato la “porta aperta” e ci ha inviato i Suoi Angeli perchè ci proteggessero dal male e proteggessero la nostra anima dalla perdizione, in attesa del Giudizio Finale. Ma la scelta del nostro Destino rimane comunque sempre la nostra. Se – nonostante il Peccato Originale – decidiamo di affidarci alla Sua Pietà, avremo la possibilità di tornare al Padre.

Le persone che hanno deciso – per ignoranza, per mancanza di Verità, per sviamento, per abbandono dei valori della vita – di negare al Signore l’influenza nella loro vita hanno ottenuto come risultato la disperazione.
Ora, questo è ovviamente il mio punto di vista di persona di Fede Cristiana (ma anche nelle altre religioni è presente il concetto di dannazione dell’anima) e Cattolica (anche se mi riservo la libertà di criticare certe scelte procedimentali della Chiesa di Roma). Sono perciò dell’opinione che tutto quello che ho espresso fin’ora suona come un obbrobbrio ad una persona di convinzione laica.

Quindi vorrei rivolgermi anche alle persone che invece non credono nell’importanza della Presenza di Dio nella propria vita o comunque nella vita della comunità umana. Dato che ho scambi continui anche con persone cosiddette laiche se non addirittura atee, so bene quanta derisione e insofferenza produce un discorso come il mio. Questo perchè l’identificazione del potere di Dio con quello temporale del Vaticano è troppo forte e radicato in coloro che non riescono a separare la materia dallo spirito.

A queste persone vorrei porgere qualche domanda: a parte le varie scoperte scientifiche – di fronte alle quali mi tolgo il cappello perchè non c’è merito più grande di quello di cercare di alleviare le sofferenze del prossimo dedicando la vita alla ricerca ed all’assistenza – a cosa ha portato il pensiero laico? Ha forse migliorato la qualità dell’esistenza? Ci ha reso più felici? Più realizzati? Più forti di fronte all’ineluttabilità dell’esistenza terrena, di fronte alla quale non c’è scoperta scientifica che possa mettere riparo? Ci ha fatto scoprire nuove strade, nuovi valori? Ecco, parliamo di valori. Tutti sappiamo che ogni cosa che ha un inizio è destinata ad avere una fine. Il pensiero laico – per come io lo conosco – porta alla convinzione che essendo la vita una e non essendoci altro dopo la vita qualsiasi cosa ci rechi sofferenza non ha valore mentre ogni cosa che ci dà gioia e soddisfazione va perseguita ad ogni costo. Anche a costo di arrecare sofferenza a qualcun altro.
Una volta ebbi a discutere con una giovane signora che vantava una relazione con un noto professionista, sposato con figli. Quando le prospettai la possibilità che la sua relazione con quest’uomo fosse un errore lei si meravigliò e mi disse che se lei era felice così per quale motivo avrebbe dovuto farsi degli scrupoli? E quando le chiesi se a suo parere sarebbe stato giusto costringere un uomo a tradire la moglie e distruggere una famiglia lei rispose che non era un problema che la riguardasse e che lei aveva tutti i diritti di essere felice.

Ecco, questa è una visione laica della ricerca della felicità.. E non mi si venga a dire – come molti laici, convinti che la vita sia una grande pasticceria dove entrare e consumare tutto ciò che più ci fa piacere, spesso dicono – che la visione laica non contempla necessariamente comportamenti trasgressivi, perchè è risaputo che la trasgressione è spesso una provocazione tipica di coloro che vogliono dimostrare di poter vivere benissimo senza regole, nella continua ricerca di un benessere che è solo fittizio.

Ma forse questo esempio può non essere calzante per molti. Prendiamo allora, ad esempio, il comportamento laico di molte persone che ritiene superfluo il senso di colpa.

Il senso di colpa – che per molti operatori psichiatrici è considerato un sintomo di disagio psichico – è la cartina di tornasole del nostro comportamento sociale. Spesso il senso di colpa procede a braccetto con il senso di responsabilità. Ho sentito persone definite laiche affermare che il senso di colpa è ciò che blocca la realizzazione di un individuo. Certo, in alcuni casi può essere così ed è infatti compito del medico stabilire se il senso di colpa è portato all’eccesso o no e soprattutto se è fondato.

Dall’altra parte esistono persone che non si sentono mai in colpa per nulla. Rubo il/la marito/moglie all’amica/amico? E’ un mio diritto essere felice, quindi in amore e in guerra tutto è permesso…. (“Non desiderare la donna d’altri”)… il mio vicino di casa si è comprato il SUV? mi indebito fino al collo – magari mettendo in difficoltà tutta la famiglia – per averne uno anch’io (“Non desiderare la roba d’altri”) … mi chiedono di testimoniare il falso in cambio di un regalo o di una cifra in denaro? beh, di questi tempi non bisogna farsi sfuggire nessuna occasione di guadagno… in fondo lo fanno tutti, no? (“Non dire falsa testimonianza”) … I miei rapporti intimi hanno perso smalto? Invece di chiedermi se c’è sufficiente comunicazione con il mio compagno/la mia compagna o addirittura accettare un momento di stasi nella passione a vantaggio magari della tenerezza o dell’intima comprensione, decido di “rinverdire”gli impulsi magari con l’aiuto di un filmino hard, oppure facendo un giretto in uno degli innumerevoli “sexy-shop” o – meglio – cercare un’avventuretta piccante…(“Non commettere atti impuri”) … potrei continuare, ma non voglio. Ho troppa considerazione per la sensibilità e l’intelligenza del mio prossimo per continuare in questa lista… non ce n’è bisogno.
Ecco, dopo tutte queste “chiacchiere” l’unica cosa che credo mi rimanga di dire è questa: abbiamo tentato in questi ultimi trent’anni la strada del laicismo, della dissacrazione e della negazione di Dio. Una sola domanda: siamo più felici ora?

 

Incomprensioni

 

Se c’è volontà di capirsi – e la volontà vince ogni ostacolo – ci si capisce comunque…non serve a nulla parlare e tentare di comunicare se poi non si è coscienti del fatto che l’altro è una entità diversa da noi, che sente in altri modi e vive una vita diversa dalla nostra.Io credo che spesso ci incagliamo nello scoglio dell’incomprensione perchè facciamo difficoltà a capire che l’altro è qualcosa di diverso rispetto a noi ed a quello che noi pensiamo che sia.Quando si parla di comunicazione disattesa si parla – credo – di aspettative deluse. In fondo, non ci colpisce particolarmente che un estraneo non comprenda il nostro punto di vista, mentre invece ci crea dispiacere che a non capirci sia una persona che stimiamo ed amiamo.Quando occasionalmente mi trovo a discutere con persone a cui voglio bene ma che – per un motivo o per l’altro – non sono d’accordo con me, da una parte mi sento incompresa e continuo a difendere le mie idee pur sapendo che questo può rendermi impopolare… dall’altra cerco di trovare una mediazione tra la mia posizione e la sua, ma il più delle volte non ci riesco. Solo in ultima analisi faccio autocritica.


Una volta, tanti tanti anni fa, un’amica mi rimproverò di non avere (all’epoca) idee precise, di non saper prendere posizione durante una qualsiasi discussione… mi accusò di qualunquismo. Io ci rimasi talmente male che questa malessere mi rimase appiccicato addosso per anni ed anni. Anche ora (e sono passati più di trent’anni) che non frequento più quella persona, che sono maturata e ho fatto esperienze talmente dolorose da convincermi che le opinioni passano come tutto il resto… anche ora non riesco ad esprimere un pensiero senza chiedermi prima se è veramente il mio pensiero oppure se sto cercando di favorire chi ho di fronte, se ho il coraggio di ciò che credo e che penso oppure se temo talmente di pormi in contrapposizione con gli altri che non oso essere esplicita nelle mie affermazioni…

 

Nemica di me stessa

 

Una volta un mio saggio amico mi disse che nella vita avrei avuto molti nemici da combattere, primo fra tutti me stessa. Che sarebbe stato difficile rendermi conto che a volte quello che dicevo veniva male interpretato, facendomi apparire in una luce negativa. Che non sempre quello che pensiamo di noi ci aiuta veramente a farci strada nella vita.
A distanza di più di venti anni so che il mio saggio amico aveva ragione e so anche che se non mi avesse mai detto quelle parole forse non mi sarei mai accorta in tempo di quante volte stavo per farmi del male da sola.

Quella parola poco riflettuta, quella scelta avventata, tutte quelle persone che “credevo” fossero amiche e invece no, mi stavano solo sfruttando, sfruttavano la mia ingenuità per interesse… eppure, sempre mi sono ravveduta tardi… ma non troppo.
Spesso ci rendiamo impopolari perchè sappiamo dire NO a determinate questioni. Eppure dobbiamo capire che avere stima di se’ comporta proprio riuscire a dire di no quando è il momento. Personalmente, in passato mi sono concessa con troppa facilità. Avevo timore di rendermi antipatica se mi sottraevo a questa o a quell’altra compagnia, a quella comitiva piuttosto che a quell’altra. E così facendo nutrivo solo il narcisistico bisogno altrui di avere potere su di me.
E così ogni tanto mi tornavano in mente le parole del mio saggio amico: “la prima persona che devi temere sei proprio tu”…

 

Giu 25, 2014 - Senza categoria    No Comments

Cos’è la libertà?

 

 

Non è una domanda facile e quindi la risposta non potrà che essere complicata.
Per me essenzialmente la libertà è poter avere uno spazio tutto per me, nel quale poter elaborare liberamente le mie idee. Senza questo spazio non potrei rispondere alla domanda cos’è per me la libertà! Ecco perchè ho scelto non di “vivere per lavorare” ma di lavorare per vivere… per avere la libertà di pensare. Ecco, per me essere liberi significa avere la possibilità di pensare con la propria testa, per quanto questo possa essere difficile.

Fino a qualche anno fa lavoravo tutto il giorno… non perchè lo avessi scelto ma perchè vi ero costretta dalla tipologia del lavoro che svolgevo (segretaria tuttofare in uno studio legale, frustrata, sfruttata e sottopagata) e per la mia caratteristica principale che è la disponibilità verso gli altri. Entravo in ufficio alle 8.30 della mattina, quando mi andava bene facevo una pausa di un paio d’ore per poi ricominciare a lavorare finendo la sera non prima delle 20.00 e a volte anche oltre le 22.00… dopo 9 anni di lavoro e di impegno, durante i quali ho ricoperto varie figure professionali “costretta” dal mio capo per il quale “o così o te ne vai”, guadagnavo con tutti gli straordinari meno di 800 euro mensili (nel 2002). Ero la pacchia delle mie colleghe che con me andavano sempre a nozze, visto che ero sempre pronta a sostituirle quando a loro avesse fatto comodo. Ovviamente, raramente venivo ricompensata per questo. La vera mancanza di libertà però non era rappresentata da questa specie di schiavitù, bensì dal fatto che piano piano nella mia testa si era andata formando l’idea che era giusto che io fossi la Cenerentola dello studio e che venissi trattata male sia psicologicamente che economicamente perchè quello era il mio ruolo. E’ chiaro che per cessare quel meccanismo perverso avrei dovuto semplicemente dare le dimissioni, perchè è impensabile cambiare la testa di persone così radicate in una “cultura” che vede come perdente ogni persona generosa e comprensiva, mentre al contrario una persona arrogante e negativamente ambiziosa viene vista come “una che ci sa fare”. Per farmi apprezzare, quindi, non sarebbe bastato lavorare come un mulo ed acquisire professionalità – come in effetti feci – ma avrei dovuto anche vestire i panni della manager rampante aggressiva e spietata, panni che francamente mi sono sempre stati stretti.

Tutto questo per chiarire che la libertà non è solo avere spazio e tempo per fare ciò che ci piace, ma soprattutto essere coscienti di ciò che si è e di quali sono i propri limiti. Senza questa coscienza di se’ non può esserci nessuna libertà, ma solo il sogno di essa.
E aggiungo che la vera libertà è affrancarsi dal timore del giudizio altrui. Ora non temo più di essere giudicata una “sfigata” perchè so bene cosa sono e quello che valgo. Io credo che fondamentalmente noi tutti siamo schiavi del timore di “cosa penserà la gente” se ci comportiamo in un modo piuttosto che in un altro, se conduciamo un tipo di vita che è tutto il contrario del modello che ci viene propinato come “desiderabile”. Si è veramente liberi solo quando si rinuncia al mondo – o quantomeno alla sua superficie – per dedicarsi a ciò che conta veramente.

Giu 24, 2014 - opinioni, Sentimenti    No Comments

Leggere e scrivere

 

Io credo che ogni età della vita, con tutte le sue fasi, abbia un libro che la rappresenta e la contraddistingue… Un libro in particolare mi è rimasto nel cuore: “Lo Straniero”, da non confondere con il romanzo di Albert Camus (che non ho letto e comunque l’ho cercato nelle librerie ma non credo che esista più neanche nel mondo dei ricordi – in fondo parlo di una pubblicazione di oltre quaranta anni fa).

Questo libro parlava di un adolescente girovago che, ferito, veniva trovato da una ragazzina… la quale si prendeva cura di lui, cercando di vincere la sua ritrosia, la diffidenza, il dolore di non potersi fidare di nessuno e la consapevolezza di essere solo al mondo. Una storia delicata di sentimenti puliti (come solo quarant’anni fa erano), senza morbosità, senza ostentazioni.

Per me ragazzina quel romanzo rappresentava l’iniziazione in un mondo dove i sentimenti erano più importanti e più forti di quelli che i libri per signorine stile “telefoni bianchi” descrivevano. Provenendo da una famiglia modestissima ma di cultura borghese, non avevo certo accesso a libri che descrivevano la vita così com’era. A me era concesso leggere solo “Piccole Donne” e semmai “Piccole Donne crescono”…
Il “fosso letterario” lo saltai con “Lo Straniero” e, qualche tempo più tardi, con i romanzi delle sorelle Bronte, Emily e Charlotte: “Cime Tempestose” e “Jane Eyre”… con “Cime Tempestose” entrai nel mondo fantastico e terribile della passione amorosa. A quattordici anni intuivo che i sentimenti potevano andare ben oltre il batticuore e il rossore adolescenziale…

Ho dei ricordi splendidi di quelle ore passate a leggere i miei romanzi preferiti… quando finivo un libro mi sentivo sempre “orfana”, sentivo che una porta si chiudeva sul mio cuore ed io tornavo alla vita incolore di ogni giorno… e per riempire questi vuoti, quando le mie tasche non mi consentivano di comprare libri nuovi, cominciai a scrivere per mio conto… avventure fantastiche, passioni improbabili (sempre molto caste comunque) e piene di suspense… ma che mi trasportavano in un mondo favoloso. Ora che ci penso… cominciai a scrivere a quattordici anni… e non ho più smesso.

 

Giu 23, 2014 - opinioni, Sentimenti, Sociale    No Comments

Vivere fuori dagli schemi

Personalmente, credo che facciamo sempre più fatica ad esistere al di fuori degli schemi… in fondo, lo schema ci tranquillizza e, in un qualche modo, ci deresponsabilizza.

Vivere fuori dagli schemi non è sempre vivere senza regole… anzi… chi vive fuori dagli schemi ha un senso innato delle regole, proprio perchè manca del supporto disciplinante del gruppo (nota bene, dico “gruppo” e non branco perchè il branco è la degenerazione sociale del gruppo che in se’ ha una valenza positiva) e per poter continuare a vivere nel mondo necessita delle regole del vivere comune.

Quando parlo di schemi intendo essenzialmente quelle strutture psicologiche che hanno il compito di “proteggerci” dal confronto diretto con noi stessi. Quando ci si aggrega ad una comunità (di qualsiasi genere essa sia) si rinuncia alla propria individualità per far spazio alla legge di quel gruppo. Si adotta un certo modo di parlare, di vivere, di trascorrere il tempo. Non si è più padroni del proprio modo di essere, ma lo si deve sacrificare alla legge della comunità. Spesso non ci si rende neanche conto di questo. Eppure, questa rinuncia ci soddisfa, in un qualche modo ci pacifica. Non siamo piu noi, unici, irripetibili. Siamo parte di un gruppo, e questo far parte di un gruppo ci legittima, ci rende noti. Chi vive fuori dal gruppo è mal visto o, peggio, è visto come una minaccia all’unità del gruppo stesso. Quindi, chi vive ai margini del gruppo non è solo un individuo che ha fatto una scelta diversa, ma è il nemico da combattere, è colui che con la propria individualità mette in crisi le dinamiche del gruppo.

L’idea di far parte di un gruppo mi ha sempre perplessa… quando entro in relazione con l’altro non mi chiedo mai di che gruppo, religione, partito politico, classe sociale faccia parte. La prima domanda che mi pongo è: cosa ha da dire questa persona? Quali solo le sue esperienze? Come è arrivata a fare determinate scelte? E baso il mio interesse su queste cose. Anche se poi è innegabile il fatto che ognuno di noi è attratto da cose diverse e sicuramente fa parte di un gruppo che rispecchia i suoi gusti e le sue tendenze. Ma non me la sento di giudicare una persona dal gruppo che frequenta. Trovo sia fuorviante. Così come non sono convinta che tutti coloro che vanno a Messa la domenica siano buoni Cristiani. O che tutti i magistrati abbiano innato il senso della giustizia. 

La provocazione è: vivere fuori dagli schemi è veramente qualcosa di sconveniente? E soprattutto: chi ha detto che vivere fuori dagli schemi significhi non avere regole?

Giu 23, 2014 - opinioni, Sentimenti, Sociale    No Comments

Siamo donne

 

La nostra dignità di donne non sta nella libertà di esprimerci come gli uomini, bensì nel valorizzare le nostre differenze. Questo non significa che dobbiamo chinare la testa di fronte al potere maschile, ma semplicemente lottare per affermarci nei nostri valori peculiari che non sono, come facilmente l’ironia maschile suggerisce, “cucinare la parmigiana in modo eccelso” oppure educare i figli al meglio… questi sono compiti che fanno parte sia dell’universo maschile che di quello femminile… non cadiamo noi stesse nella banalità.

L’uomo ha bisogno di noi, del nostro universo psichico, perchè  siamo da sempre portatrici di pace, di dolcezza, di Amore, di fantasia, di armonia, di ordine, di comprensione, di pietas, di tutte quelle forme di sensibilità che nutrono la vita di un uomo, che permettono agli uomini di sopravvivere alla loro stessa brutalità, di non morire interiormente. Quindi lottiamo, ma senza utilizzare le armi maschili perchè – e purtroppo la cronaca sta dando ragione a questa tendenza – voler “scimmiottare” gli uomini porta solo ad una competizione esasperata che troppo spesso sfocia nella totale oggettivizzazione della persona femminile.

 

Giu 23, 2014 - opinioni, Sociale    No Comments

Ribelli… o solo maleducati?

La risposta è fin troppo scontata… non siamo stati in grado, come genitori, di insegnare a questi ragazzi che la libertà non significa fare a pezzi qualsiasi cosa ci capiti per le mani.
L’adolescenza e la giovinezza sono periodi difficili e lo sono stati per tutti, anche per noi di altre generazioni… leggendo le cronache di altri tempi – letteratura e saggi – il minimo comun denominatore delle varie epoche e varie culture è: “i giovani sono ribelli, non vogliono sottostare alle regole, non amano impegnarsi e non vogliono faticare”. Sembra una frase ormai consunta ed invece è quanto mai attuale.
 
Solo che la fatica oggi sta nell’autocontrollo. La perdita del controllo delle emozioni sembra l’unico fattore scatenante di questi episodi. Non credo che certe cose vengano fatte nè per noia nè per rabbia. Ogni essere umano è preda della rabbia se non si controlla. A questi ragazzi nessuno ha insegnato il controllo delle proprie emozioni negative e questo perchè in una certa cultura post sessantottina il controllo di se’ aveva una conotazione sinistramente fascista. Mentre invece è necessario, altrimenti si verificano episodi come quelli a cui siamo costretti ad assistere ormai quotidianamente.
 
E così molti dei nostri figli sono stati educati allo “stato brado”, convinti che non ci fosse nessun bisogno di educazione così come l’avevamo ricevuta noi, ma che in un qualche modo i bambini fossero in grado di “autogestirsi” consapevolmente e responsabilmente. Il risultato è che non solo i ventenni di oggi non sanno cosa sia (non tutti ovviamente e per fortuna) l’autocontrollo, ma alla prima difficoltà emotiva si rifugiano nell’alcol e nelle droghe. Le statistiche parlano chiaro. E per fortuna che se devono fare pipì cercano ancora un bagno o un anfratto nascosto…

Giu 23, 2014 - opinioni, Sentimenti    No Comments

L’Amore e la Fede

Nel film “Contact” (Jodie Foster – Matthew McConaughey regia Robert Zemeckis 1997) la protagonista è una scienziata, di convinzione atea, impegnata nella ricerca di una vita intelligente oltre il sistema solare. Conosce un sacerdote “sopralerighe” che non veste la tonaca, non ha dato voto di castità ma svolge il suo compito evangelico con passione e intelligenza. Si innamora della scienziata e spesso argomenta con lei in questioni teologiche. Lei, da brava atea, cerca di buttare giù le convinzioni di lui, lui ci mette tanto amore nel rispondere a tono a tutte le obiezioni.

Durante un ricevimento in onore della scoperta di un messaggio E.T., i due si ritrovano e ovviamente discutono – con ironia lei, pazientemente lui – sull’esistenza o no di Dio. Ad un certo punto, forse a corto di argomentazioni all’altezza della Fede del suo interlocutore, lei esclama una frase tipo (non ricordo esattamente parola per parola, ma cercherò di rendere come meglio posso il dialogo – memoria permettendo…): “ma insomma, vorresti dirmi che non c’è una prova valida dell’esistenza di Dio e comunque io devo credere alla Sua esistenza? E se Dio semplicemente non esistesse? Se la risposta alla domanda fosse esattamente questa? Che Dio non esiste ma siamo noi ad averlo creato? Io non posso credere all’esistenza di qualcosa di cui non ho la prova…” .. Lui sembra rifletterci sopra, poi – con una semplicità impressionante – le chiede: “Tu.. volevi bene a tuo padre? (si parla del padre scomparso quando lei aveva dieci anni)” e lei risponde “ma, si! certo!!” un po’ spazientita da quella domanda… e lui incalza “e lui… ti voleva bene?” … “si, certo… credo proprio di si!” e lo guarda un po’ sospettosa, non comprendendo bene dove voglia arrivare…  e lui: “Bene, allora provamelo”.

Inutile dire che lei rimane senza parole.

 

Ecco, questo secondo me significa aver Fede. Non c’è bisogno di prove quando si parla di Amore. L’Amore si sente. Va solo compreso…

Ho creduto…

Sono vecchia. Sono vecchia non perchè abbia gli anni che ho – che per la verità non sono moltissimi ma vissuti sicuramente come se fossero molti di più…

Sono vecchia perchè non avevo capito che al mondo non ci si sta per imparare … ma per servire a qualcosa … e a qualcuno.

Faccio parte di un altra generazione, io. Di quella generazione che era convinta che bastasse credere fermamente in qualcosa – un’idea, una persona, un valore – per superare tutte le miserie umane. Di quella generazione che vedeva nell’altro non solo il corrispettivo esterno a noi ma anche la nostra possibilità di rinascita. 

Ho creduto in valori come la buona educazione, la dolcezza del carattere, la mitezza… ho creduto (e credo ancora e mai nessuno al mondo potrà farmi rinnegare questo) nel Vangelo e negli insegnamenti di Gesù, nel Suo modo di insegnare la Vita …ho creduto che non fosse necessario alzare la voce per essere rispettato. Ho creduto che la libertà personale fosse sacra a patto che non andasse a ledere quella altrui. Ho creduto nella forza della Verità intesa non come rivelazione sensazionalistica bensì come capacità di portare la luce laddove ci fosse oscurità. La Verità come stile di vita, ma che non dovesse nè ferire nè mortificare nessuno. Si può essere sinceri in molti modi… anche facendo del male si può essere sinceri. Ma ad ogni cosa c’è e deve esserci un limite, anche alla verità. Ho sempre creduto che dire frasi del genere “sai cara ho visto tuo marito baciare un’altra donna” fosse una vigliaccata inesorabile. Eppure, ci sono persone pronte a giurare che questi siano comportamenti giusti e veritieri. 

Non è questo il tipo di Verità che salverà il mondo. La prima Verità che dobbiamo cercare è dentro noi stessi. Non puntiamo mai il dito contro qualcun altro se prima non abbiamo fatto un attento esame di noi. Se e solo quando ci scopriremo immacolati, allora e solo allora potremo giudicare un’altra persona. Altrimenti ogni nostra azione – per quanto strillata ai quattro venti – risulterà solo un fallimento. Questo è un sistema infallibile per comprendere se siamo o no degni. Guardiamo ciò che lasciamo dietro di noi. Se è buono, le nostre azioni saranno state buone. Diversamente, prendiamocela solo con noi stessi.

Freddezza

Ci capita di incontrare persone che, di fronte ad eventi dolorosi, sembrano non sapere cosa sia una lacrima, un sospiro, un dispiacere… e allora spesso le giudichiamo come aride, senza cuore… il nostro dolore, il nostro dispiacere grida allo scandalo di fronte a queste persone così misurate di fronte ad avvenimenti che ci sconvolgono o, alla meglio, ci intristiscono. 

 Eppure forse sarebbe doveroso da parte nostra chiederci se quello che noi confondiamo con scarsa partecipazione non sia piuttosto il risultato di una vita di sofferenza, un’abitudine al dolore che le ha portate se non proprio all’indifferenza quantomeno a vedere con distacco il dolore degli altri. 

Siamo spaventati all’idea di qualcuno che sopporti il dolore senza un lamento, che si lasci straziare dalla sofferenza senza perdere quello che noi definiamo controllo. Eppure dovremmo essere grati a queste persone, perchè – anche se non lo vogliamo ammettere – sono le uniche che non si scanseranno quando cercheremo una spalla sulla quale piangere.

Discriminazioni

 

E’ una piaga tutta italiana (almeno nell’ambito della CEE) quella delle donne eternamente al secondo posto (quando non all’ultimo) nelle carriere scientifiche… Esempi come quello della Professoressa Levi Montalcini purtroppo sono destinati – se le cose non cambiano – a rimanere isolati.

E’ vero comunque che non sempre ciò che muove la donna verso questo tipo di carriera è la passione per la conoscenza… spesso sono le ambizioni dei genitori (magari padre o madre medici, cattedratici) che spingono la donna a scegliere la carriera scientifica senza però quella convinzione, quel “fuoco sacro”, che distinguono una semplice ricercatrice, magari scrupolosa e diligente, dalla scienziata geniale e innovatrice. Ma il vero ostacolo è – come giustamente Annamaria rileva – il maschilismo della nostra società. 

Maschilismo al quale purtroppo prima o poi molte donne si arrendono, accontentandosi di un secondo posto, per quanto dignitoso. Il potere è ancora maschio. Lungi da me iniziare una polemica femminista, devo però  ammettere – anche per esperienza personale – che una donna viene discriminata – nonostante la legge lo vieti espressamente – perchè da sempre è associata alla cura della famiglia e chi ha marito e figli sa bene quanto tempo ed energie la cura parentale sottragga all’impegno lavorativo. 

L’alternativa è la rinuncia. Ma, nonostante la rinuncia, nonostante cioè ci siano donne single che si sono dedicate totalmente alla carriera con impegno, passione e risultato, quando si tratta di arrivare al dunque (ad esempio, promozione a livelli dirigenziali ad un passo dalla Direzione Generale di una Società) c’è sempre una specie di incantesimo, una maledizione che “blocca” qualsiasi avanzamento. Il posto di comando è maschio. E’ uno scoglio difficile da doppiare. Se non impossibile. Ma se la donna in questione è l’erede di un impero economico, ecco che tutte le porte si aprono magicamente. 

Dove non arriva l’impegno e l’intelligenza arriva il denaro. E questo è un altro elemento corrosivo della dignità femminile. Se all’interno del matrimonio la “dote” ha ormai perso (quasi) la sua importanza, quando si parla di alte cariche dirigenziali ha ancora una importanza determinante. Ecco perchè una donna non ricca, anche se plurilaureata intelligente e capace non riuscirà mai – almeno fino a quando la mentalità sarà così retrograda – a comandare un paese come il nostro. E mi dispiace dirlo, ma siamo veramente agli ultimi posti per parità di diritti. Anche se non portiamo il burqa.

 

Disastro sociale

 

Tutto ciò che ci separa da una piena realizzazione dei nostri potenziali spirituali e umani è l’avidità. Noi non siamo solo cenere. Siamo anche Spirito. E’ questa la forza che ci deve convincere che possiamo uscire vittoriosi dalla lotta contro il Male, solo dobbiamo volerlo.

Certo non può essere un cambiamento repentino… certe pecche dell’animo umano fanno parte della nostra cultura – o sottocultura – e quindi sono cristallizzate. L’avidità – secondo me – è alla radice di tutti i mali. L’avidità porta a volere tutto per se’, a non pensare all’altro, ai suoi bisogni e necessità.

Le domande che ci poniamo hanno tutte una stessa risposta: fino a quando la specie umana perseguirà il solo fine materiale dell’esistenza, nessuno di noi potrà fidarsi mai di un suo simile… lavoro negli studi legali da anni ed ho visto fratelli scannarsi per una stupida eredità. Sorelle litigare per la collana della nonna e togliersi il saluto per molto meno, figli fare causa ai genitori o chiedere la loro interdizione per potersi impossessare dei loro beni. Ecco, questo fa l’avidità agli esseri umani, a coloro che il Padre Celeste aveva immaginato come Creature di Luce. Ma l’avidità, come tutti i peccati spirituali, è opera del Demonio… il seme del diavolo è presente nella nostra specie dalla Genesi. Fino a quando continueremo a negare l’esistenza del Male nelle pieghe della nostra anima noi non faremo altro che “proteggere” il peccato invece di combatterlo. Perchè solo nell’ombra il peccato può prosperare. Teme la Luce, laddove la Luce è la possibilità di scovare il male e bollarlo. Ma come combattere il Male se nessuno ha il coraggio di esclamare “Il Re è nudo!!”??

 

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