Archive from luglio, 2014
Lug 13, 2014 - Sentimenti, sfoghi, Sociale    No Comments

Vergogna

 

Fino a che punto è lecito esprimere il proprio parere? Anzi, mi correggo: fino a che punto è lecito usare qualsiasi termine di espressione per dire ciò che si pensa?
Perchè ho modo spesso – soprattutto scorrendo le pagine dei social network – di incappare in frasi che mi fanno accapponare la pelle…
“Appicchiamoli tutti al muro!”, “Bisogna ammazzarli tutti!”, “Che gli venga un cancro!”
e queste sono quelle più “signorili”.

Mi vergogno profondamente di leggere cose come queste.
Mi deprime anche rendermi conto di quanta invidia ci sia in giro. Gente che non avendo ciò che desidera e non riuscendo ad averlo augura con tutto il cuore a chi invece ce l’ha di perdere tutto, come se la rovina di uno potesse rappresentare la gioia di qualcun altro. Invidia, solo invidia. Non c’è senso di giustizia, nè altro che possa far pensare anche solo lontanamente ad un pareggio di conti.

Trovo che sia vergognoso e disgustoso comportarsi in questo modo. E trovo che se si arriva a tanto vuol dire che non si è mai capita la differenza tra essere ed avere, ed è forse questa la cosa più triste.

Molte (troppe) persone credono che avere sia sinonimo di essere e non hanno capito che si possiede qualcosa solo dopo esser stati qualcosa e non il contrario ma se cerchi di parlarne con loro ti trattano come se avessi la peste. Allora sapete cosa vi dico? Affogate pure nella vostra invidia… tanto quella meritate e niente di più.

 

Lug 10, 2014 - Poesia e prosa, Racconti    No Comments

Il ragazzo ed il fiore nel deserto

C’era una volta una coppia di sposi felici che però avevano un cruccio… un unico cruccio. Il loro figliolo.
Era un ragazzo sano, non gli mancava nulla… ma non era mai contento di niente.

Il ragazzo era cresciuto nel benessere, non aveva mai patito nè il freddo nè la fame perchè i suoi genitori avevano fatto di tutto per non fargli mai mancare nulla. Aveva amici che lo amavano e che si facevano in quattro per lui. Era una persona fortunata, perchè nessuno si accorgeva di quanto fosse egoista. Infatti, tutti si davano da fare per renderlo felice ma lui… lui sembrava non farci caso. Per lui tutto era dovuto. Era normale che i suoi genitori, i suoi amici, lo ricoprissero di attenzioni… ma mai che lui facesse un passo verso di loro. Certo era un ragazzo educato, diceva sempre grazie, ma i suoi apprezzamenti erano tiepidi… mai entusiasti.

Suo padre e sua madre si chiedevano spesso dove avessero sbagliato. Perchè lui, pur essendo stato cresciuto con principi sani e nel rispetto degli altri, mostrava di essere così indifferente ai bisogni altrui. Ogni qual volta si parlava di persone bisognose lui sbuffava, girava i tacchi e se ne andava nella sua stanza. “Ed io allora? Cosa dovrei dire?” pensava, a torto, di essere sempre carente di qualcosa. “Quante volte ho desiderato qualcosa che non ho potuto avere?” pensava tra se’ e se’… “qualcuno si è mai provato a darmi quello che desideravo?” incalzava con se’ stesso… e così pensando si chiudeva ancora di più nel suo egoismo.
Il ragazzo cresceva e, come succede a tutti gli adolescenti, aveva cominciato a sognare di poter incontrare la sua anima gemella. Ma fra tutte le ragazze che conosceva non ce n’era nessuna che lo interessasse al punto di farlo sognare. Un giorno, preso dallo sconforto, decise di confidarsi con suo padre. E gli raccontò del suo bisogno di incontrare una ragazza speciale. Il padre, commosso da quell’improvvisa fragilità del suo figliolo, fu bel contento di potergli dare qualche consiglio.

“Innanzitutto devi cercare di essere più allegro quando sei in compagnia: alle ragazze piacciono gli uomini che le fanno ridere!” disse al suo figliolo che però sembrava non capire. “Che significa essere più allegro? E perchè mai dovrei fare il buffone di corte? Non basto come sono?” esclamò irritato il ragazzo. Inutili furono gli sforzi di suo padre di fargli comprendere che l’amore è un dare ed un ricevere… che non si può pretendere solo di ricevere, bisogna anche dare. E che se per primi si dona qualcosa… si è più apprezzati. Lui non capiva, o non voleva capire. E così si chiudeva sempre più, ed il suo cuore veniva imprigionato fra i rovi dell’egoismo.

Un bel giorno, il giorno della sua laurea, il ragazzo decise di chiedere al padre un anno sabbatico, il classico anno che spesso segue le fatiche universitarie e che per un ragazzo benestante rappresenta lo spartiacque fra la vita studentesca e la vita professionale. Gli chiese di poter fare un viaggio, lontano da tutto e da tutti, per capire meglio cosa fare della sua vita. E dato che aveva dato ottimi risultati negli studi ed i suoi genitori erano orgogliosi di lui gli concessero ben volentieri quel periodo di “dolce far nulla”. Quindi, senza por tempo in mezzo, partì per il mondo. Viaggiò molto, in nave, in aereo, in treno… volle sperimentare tutto, anche ciò che poteva sembrare faticoso o sconveniente. Molte cose gli riuscirono facili, altre lo impegnarono più del dovuto, altre ancora le scartò perchè assolutamente non aveva voglia di farle. Ma sentì che stava imparando tanto da quel viaggio e le lettere che scriveva ai suoi genitori erano sempre positive, anche se ancora mancava qualcosa alle sue esperienze di vita… ogni parola descriveva il mondo che aveva ad incontrare… ma nessuna parola portava in se’ una delle cose più importanti che un essere umano dovrebbe imparare… l’amore. Non c’era amore nelle sue parole… descrizioni, opinioni, impressioni e persino assunti filosofici…. ma in tutto questo mancava l’amore.

I suoi genitori si chiedevano come mai un ragazzo bello, intelligente, benestante, beneducato e tanto ammirato come lui…. ancora non avesse incontrato una ragazza… o un ragazzo, poco importava (erano genitori particolarmente compresivi e moderni), che lo interessasse… purchè il loro figliolo mostrasse una qualche propensione al sentimento. Eppure loro due si amavano, si erano sempre amati e rispettati… mai una parola fuori posto (almeno davanti al figlio), mai un litigio acceso, mai una lacrima… certo, come tutte le coppie avevano avuto dissapori… ma non avevano mai coinvolto il loro figliolo in nessuno di questi. Quindi avevano sempre dato mostra di grande amore e grande rispetto fra di loro. Non capivano proprio.

E neanche il ragazzo capiva… anche lui si poneva lo stesso interrogativo. Perchè? Perchè non riusciva ad incontrare quella famosa anima gemella, la ragazza che sola poteva far battere il suo cuore? Erano tutte o troppo insignificanti, o se belle non erano del suo stesso ceto sociale (cosa per lui fondamentale… non avrebbe mai voluto una donna che non fosse alla sua altezza) oppure a suo parere troppo ignoranti o troppo saccenti. Una volta un suo amico gli chiese: “ma si può sapere come la vorresti sta’ ragazza?” un po’ spazientito, per la verità, di non riuscire bene a comprenderlo. E, cosa strana, il ragazzo sapeva benissimo cosa non voleva… non altrettanto, però, cosa volesse.

Durante il suo viaggio verso se’ stesso, il ragazzo visse un’esperienza importantissima. Incontrò l’altruismo, quel sentimento a lui sconosciuto. E lì per lì neanche lo riconobbe.
Dunque, si trovava in visita guidata presso alcuni scavi archeologici, in Egitto. La guida stava portando uno sparuto gruppo di turisti, fra i quali c’era anche lui, attraverso una zona semidesertica su una vecchia jeep a sei posti. Nel tragitto che portava dall’albergo alla zona archeologica incontrarono una piccola carovana di nomadi che si accingeva alla sua traversata per spostarsi da una parte all’altra del paese. Per non dover deviare dal percorso battuto evitando quindi di rendere scomodo e traballante il viaggio, la guida preferì attendere pazientemente che la carovana passasse… ad un certo punto dalla carovana si staccò una figura… era coperta dalla testa ai piedi, ma da una catenina d’argento che tintinnava alla caviglia il ragazzo potè vedere che si trattava di una donna, la quale rischiando di finire sotto le ruote della jeep che nel frattempo aveva ripreso la sua marcia, si parò fra il carro e qualcosa che a tutta prima sembrava un semplice sasso. La guida si inquietò moltissimo e imprecando in tutte le lingue scese dalla jeep e prese per un braccio la donna scuotendola violentemente. Questa, ben lungi dal voler abbandonare quella zolla di terra, non emise un suono ma continuò imperterrita a difendere quel “qualcosa” che rappresentava per lei – evidentemente – un vero tesoro.

Il ragazzo, al quale non era sfuggito nulla di quella vicenda, scese dalla jeep e preso l’uomo per il braccio cercò di calmarlo e gli chiese cosa stesse succedendo. L’uomo gli spiegò che quella donna stava non solo bloccando la loro marcia ma si era addirittua permessa di disobbedire al suo ordine di allontanarsi.
“La conosci?” chiese il ragazzo. “No signore… ma questo non vuol dire, lei non deve permettersi di comportarsi così… è solo una donna!”. Nel frattempo la donna rimaneva a testa bassa, tutta avvolta nel suo velo pesante che non lasciava intravedere nulla di se, se non la sua determinazione a non lasciare quel posto senza prima essere ascoltata.
Il ragazzo, quindi, si rivolse direttamente a lei. “Che vuoi? Cosa cerchi? Perchè non ci lasci passare?”. Ma la donna non capiva il francese e quindi rispose, brevemente, nella sua lingua. La guida ebbe un moto di impazienza, come a dire: stupidaggini di femmine! ma fedelmente tradusse: “questa ragazza dice che stiamo uccidendo un fiore sacro… sono stupidaggini di donne signore, non starla a sentire…”. Il ragazzo però avvertì qualcosa nel suo cuore… un moto… una cosa mai provata prima. Guardò meglio il terreno dove c’era la zolla di terra che la donna aveva difeso tanto strenuamente… effettivamente si vedeva qualcosa… si inchinò e la ragazza fece un passo indietro, titubante. Quella donna aveva rischiato il linciaggio per un cardo! Uno stupido cardo!

“Ma è solo un cardo!” esclamò il ragazzo alzandosi in piedi con impazienza e la guida, incoraggiata dal suo atteggiamento, ricominciò a strattonare la giovane facendola finire in terra. Nel frattempo, tutta la carovana si era fermata ed un uomo stava arrivando in difesa della giovane. Il ragazzo, temendo una rissa, cercò di tranquillizzare gli animi… e ci riuscì talmente bene che non solo la guida tornò soddisfatta sulla jeep, ma la ragazza prese dei sassi e costruì una piccola aiuola intorno al cardo accennando qualche passo di danza alla fine, facendo tintinnare i braccialetti che portava alle caviglie. Poi si voltò verso il ragazzo e qualcosa in lei sorrise, almeno lui credette che fosse così perchè non potendo vederla in viso non avrebbe saputo neanche immaginarla. Ognuno riprese posto nel suo mondo e tutto finì nel modo migliore.
Quella stessa sera, nel suo letto in albergo, il ragazzo non riusciva a dormire. Pensava a quello che era accaduto, a quella figura femminile di cui non era riuscito a sapere nulla, neanche il nome, neanche il colore degli occhi o la forma del viso… solo il suono della sua voce. Non avrebbe saputo dire quanti anni avesse avuto nè se fosse bella o meno. Ma quella ragazza con il suo comportamento le era entrata nella testa (non osava neanche parlare di cuore) e non riusciva a non pensare a lei.

I giorni passarono, ed il ragazzo stava per abbandonare la terra d’Egitto per procedere oltre. Volle tornare nel posto dove la ragazza aveva lasciato il cardo, attorniato dalle pietre… non sapeva bene neanche lui perchè volesse tornarci… ma sentiva il bisogno di farlo e così ci tornò. Forse sperava di incontrarla, chissà… arrivò sul posto, ma ovviamente non c’era nessuno. Il cardo però c’era ancora… e le pietre anche, disposte in cerchio, come soldati fedeli intorno alla regina. Volle rimanere qualche minuto in silenzio, per comprendere… qualcosa in lui si era fatta strada. Qualcosa che non aveva mai provato prima. Ma perchè? Cosa c’era di tanto speciale in quel posto da farlo addirittura tornare? Lui che non riusciva a trovare sacro nulla che non gli appartenesse?

Il ragazzo non aveva ancora compreso che non era il posto ad avergli solcato l’anima… nè quel piccolo cardo… bensì il gesto che quella giovane donna aveva compiuto per difendere una cosa che reputava sacra, inviolabile. Il fiore nel deserto altro non era che la parte migliore di noi che va preservata, nonostante la durezza della vita la metta continuamente alla prova. Il fiore nel deserto siamo noi quando cerchiamo di sopravvivere alle condizioni peggiori, all’aridità del mondo in cui viviamo, al giudizio spietato di chi non ci conosce… siamo noi che cerchiamo di mettere radici in un mondo spesso inospitale, che ci rifiuta, che non ci comprende.

Quel piccolo cardo è la vita che vince sulla morte… è il fiore nel deserto.

Lug 10, 2014 - Racconti, sfoghi    No Comments

Sonora (una giornata di luglio)

Ore 15.00… fermata dell’autobus completamente assolata … niente ombra, al di fuori del cartellone della fermata già preso d’assalto per uno spicchietto di ombra che copre a malapena la pelata di un signore che si sta letteralmente liquefacendo sotto i miei occhi sudati… io e la bottiglia di acqua siamo un tutt’uno. Sono vestita come una recluta della legione straniera: pantaloni larghissimi di raime (una fibra naturale simile al lino ma più leggera) colorati arancio, ecru e marrone… casacca leggerissima e larghissima di seta ecru ….nonostante tutto sia largo per permettere all’aria di passare, c’è un particolare non trascurabile: non c’è aria, assolutamente no. Non se ne parla. Mi calco il cappello di paglia in testa, stile rossella o’hara, e bevo un altro sorso d’acqua. Mi calco pure gli occhiali scuri, ad incastro, per non lasciar passare nemmeno un raggio piccolo di sole… mi sporgo per vedere se arriva l’autobus…. macchè…. manco l’ombra. Magari ci fosse almeno quella!! e invece no.. non si vede.

L’orizzonte tremulo, come quello che si vede in certi films western nel deserto di Sonora – mancano solo i serpenti a sonagli! – mi racconta che lì in mezzo all’asfalto saranno almeno – a dir poco – 50 gradi. Oddio, penso, ora mi viene un coccolone… come faccio ad arrivare viva in ufficio? e pensare che oggi ho quella tal pratica da sbrigare, in scadenza? come faccio ad evadere la pratica se mi prende un coccolone? e improvvisamente mi rendo conto che se faccio pensieri così vuol dire che il coccolone mi ha già preso.

Alla fine si leva un comune sospiro di sollievo… sta arrivando l’autobus!! Eccolo! è lui! è quello nuovo a metano CON L’ARIA CONDIZIONATAAAA!!! tutti ci spertichiamo in lucidi e strafatti di caldo sorrisi a cinquantaquattro denti. Alla fine riusciamo a salire, un po’ provati, sull’autobus… come non detto… l’aria condizionata s’è rotta….

Lug 10, 2014 - Racconti    No Comments

Piccolo racconto terribile

Laura era una donna semplice e concreta. Nessun grillo per la testa, nessuna grande aspirazione. Si accontentava di poco. Un po’ perché la vita non le aveva certo risparmiato delusioni ed un po’ per l’incapacità di valutare con obbiettività chi aveva davanti, era sempre piena di dubbi sulle persone e sulle loro reali intenzioni.
Quando era ragazza si era convinta di avere uno speciale talento per incappare sempre nelle persone sbagliate, che fossero amici o innamorati.
Se con l’età matura aveva eliminato parte dei suoi dubbi (non avendo più motivo di dolersene) si era però trovata nella condizione di chi, abituato a scavare sempre trincee, non riusciva più a vivere serenamente in relazione con il prossimo.

Per Laura questo stato di cose era insostenibile perché in conflitto con le sue convinzioni e cioè che una vita senza gli altri non sia degna di essere vissuta.
Viveva quindi sempre in ansia, divisa fra il suo istinto di autotutela e fra il desiderio di scavalcare la trincea e fidarsi un po’ di più.
“Dovresti rivolgerti ad uno psicologo, a qualcuno che sia in grado di farti uscire da questa prigione mentale” le diceva la sua amica Claudia, l’unica che avesse resistito nel tempo a quel dialogo impossibile con una persona granitica come era Laura.

Laura non aveva mai preso in considerazione l’idea di rivolgersi ad uno psicologo… certo è che non poteva continuare a sentirsi sempre così conflittuale.
“Ma in fondo di cosa hai paura? E’ vero che la vita per una donna è diventata difficile, ma non sei l’unica donna in questo paese!” controbatteva Claudia. Ma Laura continuava a sentirsi in minoranza. Senza contare che questo stato d’animo la rendeva cupa e distratta… tanto distratta da farle dimenticare la sua innata prudenza. Più di una volta aveva dimenticato il portamonete sul bancone del bar o all’ufficio postale. Quando era tornata indietro a cercarlo, ovviamente non c’era più.

Al supermercato spesso si era accorta troppo tardi che sullo scontrino era stato battuto un articolo che non aveva acquistato e un po’ per rabbia un po’ per timidezza… non era tornata indietro a farlo notare, tenendosi non solo la truffa ma anche il malumore. L’unico stratagemma che aveva adottato era stato… cambiare negozio.
Con gli uomini era una frana. La timidezza le impediva di condurre una conversazione rilassata e, dato che lo sapeva, il più delle volte non diceva una parola, limitandosi a sorridere ed all’ascolto più totale del suo interlocutore. Due volte solamente era riuscita a non farsi condizionare dalla timidezza, ed erano state due storie d’amore importanti ma finite male entrambe. La prima era durata quasi otto anni ed era finita perché lui aveva trovato un lavoro in Olanda. Dopo qualche mese, non l’aveva chiamata più. Laura non si era neanche sforzata di capire il perché: un’altra avrebbe preteso una spiegazione, ma non lei. “Qualcosa” in lei sapeva che sarebbe stato inutile, sarebbe stato come aggiungere umiliazione ad umiliazione. Per questo aveva accettato passivamente che lui la dimenticasse, come si fa con una vecchia foto scolorita in fondo al baule dei ricordi.
La seconda storia era stata passionale, anche troppo per il palato delicato di Laura. Lui l’aveva letteralmente rapita al suo mondo fatto di piccole cose e le aveva fatto provare l’ebrezza dei sentimenti forti. Non si sa cosa avesse trovato lui in una come Laura e persino Claudia – quella volta – era rimasta perplessa. Ma la storia durò poco. Proprio mentre Laura si era lasciata andare un po’ ed aveva incominciato a dipingere le sue pagine con i colori del fuoco e del tuono… casualmente scoprì che lui era sposato ed aveva due figli piccoli. Questo perché lui non avrebbe mai immaginato di aver creato un mostro. Laura (nonostante i suoi principi di correttezza tanto sbandierati) aveva frugato nelle sue tasche mentre lui dormiva ed aveva trovato nel suo portafogli la foto dei bambini con una dedica sul retro, scritta di pugno dalla moglie e con una data recentissima: “amore, siamo sempre con te, torna presto”.

Con l’apparente freddezza che l’aveva sempre accompagnata nella sofferenza, aveva riposto con cura la foto nel portafogli e si era comportata normalmente nelle ore successive, salvo poi rifiutare tutte le telefonate di lui nei giorni seguenti. La conferma dello scarso interesse sentimentale di lui l’ebbe quando al terzo rifiuto, lui smise di cercarla.
Dopo quella volta per molto tempo non aveva più accettato il corteggiamento di nessuno ed aveva evitato con cura qualsiasi contatto con l’altro sesso. Si era tuffata nel lavoro, aveva cominciato a chiedere di poter fare gli straordinari di sera per non dover tornare a casa troppo presto. Claudia non aveva approvato questo suo chiudersi in se’ stessa ma del resto l’amica era una donna matura, responsabile e per niente stupida. Sarebbe comunque riuscita con il tempo a superare le delusioni che l’avevano così segnata nel carattere.
Nel frattempo gli anni passavano e Laura cominciava a sentirne il peso. Lo stress che il lavoro le provocava non riusciva a trovare sollievo se non tra le mura della sua casa. Lavorando tante ore al giorno era difficile poter condurre una vita normale al di fuori dell’ufficio. Ogni tanto si concedeva una pizza con Claudia e suo marito, ma si sentiva sempre “di troppo” e quindi aveva iniziato a dire di no anche agli inviti della sua amica del cuore.

Finché un giorno prese una decisione. Decise di andare da uno psicologo che l’aiutasse a superare quel muro così alto da scavalcare. Scelse una donna, con la quale lei pensava sarebbe stato più facile confidarsi.
Cominciò quindi le sue sedute, durante le quali aveva profonda fiducia che qualcosa sarebbe cambiato. Passarono due mesi e – a parte l’appuntamento fisso con Flavia, la sua psicologa, che l’aiutava ad avere almeno una progettualità diversa dal lavoro – non avvertiva grossi benefici. Flavia la stava a sentire, ogni tanto le consigliava una condotta diversa e la motivava ma… a parte questo… Laura aveva sempre la sensazione – peraltro puntualmente scacciata – che Flavia non avesse ben chiaro un piano di lavoro ma procedesse “a braccio”. “Ma è solo la tua diffidenza innata” le diceva Claudia alla quale comunque Laura raccontava tutto. “Devi fidarti almeno di lei, Laura! Non puoi essere così testarda..”

Passarono altri tre mesi. Laura continuava a sottoporsi alle sedute di psicoterapia, durante le quali si raccontava. Ma la sua diffidenza non si era sedata. Flavia era inappuntabile. Sempre presente. Sempre in ascolto. Nulla, a parte un piccolo aumento nella parcella medica, da ridire. Eppure nessun beneficio. Anzi, a volte Laura aveva come l’impressione che parlare di certe cose potesse non aiutarla ma affossarla ancora di più nel suo stato. Lo confidò a Flavia che si limitò a scarabocchiare il block notes annuendo. Nessun commento.
Alla fine della seduta Flavia le consigliò di annotare tutti i sogni che dovesse ricordare al suo risveglio. Nulla di altro.
Tornando a casa, al momento di prendere le chiavi si accorse che non solo non erano nella borsa (eppure si ricordava benissimo di aver chiuso la porta di casa e di averle messe al loro posto, nella tasca interna della borsa) ma mancava anche il portadocumenti con il libretto degli assegni. Eppure non l’aveva mai preso durante tutta la giornata, non le era servito. Cercò di ricordarsi se li avesse tirati fuori dalla borsa quando era in ufficio, ma non ne avrebbe avuto motivo.

Sbuffando, in preda all’ansia, chiamò Claudia. “Almeno il cellulare c’è” pensò con sollievo. Claudia arrivò poco dopo. “Stanotte dormirai da noi, domani prima andremo al tuo ufficio e verificherai se per caso non siano lì, poi faremo la denuncia e semmai ti accompagnerò dal fabbro e faremo cambiare subito la serratura” disse Claudia solerte. Laura la abbracciò piena di gratitudine dicendole che non avrebbe saputo cosa fare senza di lei.

La mattina seguente Laura andò in ufficio ma non trovò traccia nè delle chiavi nè degli assegni. Di corsa andarono dai Carabinieri e sporsero denuncia. Il fabbro cambiò la serratura e per due giorni Laura si sentì spaesata, al punto che volle chiamare Flavia per raccontarle tutto. Ma allo Studio medico non rispondeva nessuno. Decise allora che avrebbe aspettato con pazienza il suo turno, la settimana successiva.

Il martedì della settimana dopo andò regolarmente alla sua seduta. Ebbe però una sorpresa che la lasciò di stucco: sulla porta dello studio medico riconobbe al volo i sigilli della Tributaria, con l’ordinanza del Giudice affissa alla porta dove si diceva che lo studio era stato posto sotto sequestro perchè la signora (…) era indagata per truffa e falso in atto pubblico.

Lug 2, 2014 - Senza categoria    No Comments

Verità

La Verità è una cosa
semplice.
Forse è per questo
che molti preferiscono
la menzogna:
sa di intelletto raffinato…