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Incomprensioni

 

Se c’è volontà di capirsi – e la volontà vince ogni ostacolo – ci si capisce comunque…non serve a nulla parlare e tentare di comunicare se poi non si è coscienti del fatto che l’altro è una entità diversa da noi, che sente in altri modi e vive una vita diversa dalla nostra.Io credo che spesso ci incagliamo nello scoglio dell’incomprensione perchè facciamo difficoltà a capire che l’altro è qualcosa di diverso rispetto a noi ed a quello che noi pensiamo che sia.Quando si parla di comunicazione disattesa si parla – credo – di aspettative deluse. In fondo, non ci colpisce particolarmente che un estraneo non comprenda il nostro punto di vista, mentre invece ci crea dispiacere che a non capirci sia una persona che stimiamo ed amiamo.Quando occasionalmente mi trovo a discutere con persone a cui voglio bene ma che – per un motivo o per l’altro – non sono d’accordo con me, da una parte mi sento incompresa e continuo a difendere le mie idee pur sapendo che questo può rendermi impopolare… dall’altra cerco di trovare una mediazione tra la mia posizione e la sua, ma il più delle volte non ci riesco. Solo in ultima analisi faccio autocritica.


Una volta, tanti tanti anni fa, un’amica mi rimproverò di non avere (all’epoca) idee precise, di non saper prendere posizione durante una qualsiasi discussione… mi accusò di qualunquismo. Io ci rimasi talmente male che questa malessere mi rimase appiccicato addosso per anni ed anni. Anche ora (e sono passati più di trent’anni) che non frequento più quella persona, che sono maturata e ho fatto esperienze talmente dolorose da convincermi che le opinioni passano come tutto il resto… anche ora non riesco ad esprimere un pensiero senza chiedermi prima se è veramente il mio pensiero oppure se sto cercando di favorire chi ho di fronte, se ho il coraggio di ciò che credo e che penso oppure se temo talmente di pormi in contrapposizione con gli altri che non oso essere esplicita nelle mie affermazioni…

 

Giu 24, 2014 - opinioni, Sentimenti    No Comments

Leggere e scrivere

 

Io credo che ogni età della vita, con tutte le sue fasi, abbia un libro che la rappresenta e la contraddistingue… Un libro in particolare mi è rimasto nel cuore: “Lo Straniero”, da non confondere con il romanzo di Albert Camus (che non ho letto e comunque l’ho cercato nelle librerie ma non credo che esista più neanche nel mondo dei ricordi – in fondo parlo di una pubblicazione di oltre quaranta anni fa).

Questo libro parlava di un adolescente girovago che, ferito, veniva trovato da una ragazzina… la quale si prendeva cura di lui, cercando di vincere la sua ritrosia, la diffidenza, il dolore di non potersi fidare di nessuno e la consapevolezza di essere solo al mondo. Una storia delicata di sentimenti puliti (come solo quarant’anni fa erano), senza morbosità, senza ostentazioni.

Per me ragazzina quel romanzo rappresentava l’iniziazione in un mondo dove i sentimenti erano più importanti e più forti di quelli che i libri per signorine stile “telefoni bianchi” descrivevano. Provenendo da una famiglia modestissima ma di cultura borghese, non avevo certo accesso a libri che descrivevano la vita così com’era. A me era concesso leggere solo “Piccole Donne” e semmai “Piccole Donne crescono”…
Il “fosso letterario” lo saltai con “Lo Straniero” e, qualche tempo più tardi, con i romanzi delle sorelle Bronte, Emily e Charlotte: “Cime Tempestose” e “Jane Eyre”… con “Cime Tempestose” entrai nel mondo fantastico e terribile della passione amorosa. A quattordici anni intuivo che i sentimenti potevano andare ben oltre il batticuore e il rossore adolescenziale…

Ho dei ricordi splendidi di quelle ore passate a leggere i miei romanzi preferiti… quando finivo un libro mi sentivo sempre “orfana”, sentivo che una porta si chiudeva sul mio cuore ed io tornavo alla vita incolore di ogni giorno… e per riempire questi vuoti, quando le mie tasche non mi consentivano di comprare libri nuovi, cominciai a scrivere per mio conto… avventure fantastiche, passioni improbabili (sempre molto caste comunque) e piene di suspense… ma che mi trasportavano in un mondo favoloso. Ora che ci penso… cominciai a scrivere a quattordici anni… e non ho più smesso.

 

Giu 23, 2014 - opinioni, Sentimenti, Sociale    No Comments

Vivere fuori dagli schemi

Personalmente, credo che facciamo sempre più fatica ad esistere al di fuori degli schemi… in fondo, lo schema ci tranquillizza e, in un qualche modo, ci deresponsabilizza.

Vivere fuori dagli schemi non è sempre vivere senza regole… anzi… chi vive fuori dagli schemi ha un senso innato delle regole, proprio perchè manca del supporto disciplinante del gruppo (nota bene, dico “gruppo” e non branco perchè il branco è la degenerazione sociale del gruppo che in se’ ha una valenza positiva) e per poter continuare a vivere nel mondo necessita delle regole del vivere comune.

Quando parlo di schemi intendo essenzialmente quelle strutture psicologiche che hanno il compito di “proteggerci” dal confronto diretto con noi stessi. Quando ci si aggrega ad una comunità (di qualsiasi genere essa sia) si rinuncia alla propria individualità per far spazio alla legge di quel gruppo. Si adotta un certo modo di parlare, di vivere, di trascorrere il tempo. Non si è più padroni del proprio modo di essere, ma lo si deve sacrificare alla legge della comunità. Spesso non ci si rende neanche conto di questo. Eppure, questa rinuncia ci soddisfa, in un qualche modo ci pacifica. Non siamo piu noi, unici, irripetibili. Siamo parte di un gruppo, e questo far parte di un gruppo ci legittima, ci rende noti. Chi vive fuori dal gruppo è mal visto o, peggio, è visto come una minaccia all’unità del gruppo stesso. Quindi, chi vive ai margini del gruppo non è solo un individuo che ha fatto una scelta diversa, ma è il nemico da combattere, è colui che con la propria individualità mette in crisi le dinamiche del gruppo.

L’idea di far parte di un gruppo mi ha sempre perplessa… quando entro in relazione con l’altro non mi chiedo mai di che gruppo, religione, partito politico, classe sociale faccia parte. La prima domanda che mi pongo è: cosa ha da dire questa persona? Quali solo le sue esperienze? Come è arrivata a fare determinate scelte? E baso il mio interesse su queste cose. Anche se poi è innegabile il fatto che ognuno di noi è attratto da cose diverse e sicuramente fa parte di un gruppo che rispecchia i suoi gusti e le sue tendenze. Ma non me la sento di giudicare una persona dal gruppo che frequenta. Trovo sia fuorviante. Così come non sono convinta che tutti coloro che vanno a Messa la domenica siano buoni Cristiani. O che tutti i magistrati abbiano innato il senso della giustizia. 

La provocazione è: vivere fuori dagli schemi è veramente qualcosa di sconveniente? E soprattutto: chi ha detto che vivere fuori dagli schemi significhi non avere regole?

Giu 23, 2014 - opinioni, Sentimenti, Sociale    No Comments

Siamo donne

 

La nostra dignità di donne non sta nella libertà di esprimerci come gli uomini, bensì nel valorizzare le nostre differenze. Questo non significa che dobbiamo chinare la testa di fronte al potere maschile, ma semplicemente lottare per affermarci nei nostri valori peculiari che non sono, come facilmente l’ironia maschile suggerisce, “cucinare la parmigiana in modo eccelso” oppure educare i figli al meglio… questi sono compiti che fanno parte sia dell’universo maschile che di quello femminile… non cadiamo noi stesse nella banalità.

L’uomo ha bisogno di noi, del nostro universo psichico, perchè  siamo da sempre portatrici di pace, di dolcezza, di Amore, di fantasia, di armonia, di ordine, di comprensione, di pietas, di tutte quelle forme di sensibilità che nutrono la vita di un uomo, che permettono agli uomini di sopravvivere alla loro stessa brutalità, di non morire interiormente. Quindi lottiamo, ma senza utilizzare le armi maschili perchè – e purtroppo la cronaca sta dando ragione a questa tendenza – voler “scimmiottare” gli uomini porta solo ad una competizione esasperata che troppo spesso sfocia nella totale oggettivizzazione della persona femminile.

 

Giu 23, 2014 - opinioni, Sociale    No Comments

Ribelli… o solo maleducati?

La risposta è fin troppo scontata… non siamo stati in grado, come genitori, di insegnare a questi ragazzi che la libertà non significa fare a pezzi qualsiasi cosa ci capiti per le mani.
L’adolescenza e la giovinezza sono periodi difficili e lo sono stati per tutti, anche per noi di altre generazioni… leggendo le cronache di altri tempi – letteratura e saggi – il minimo comun denominatore delle varie epoche e varie culture è: “i giovani sono ribelli, non vogliono sottostare alle regole, non amano impegnarsi e non vogliono faticare”. Sembra una frase ormai consunta ed invece è quanto mai attuale.
 
Solo che la fatica oggi sta nell’autocontrollo. La perdita del controllo delle emozioni sembra l’unico fattore scatenante di questi episodi. Non credo che certe cose vengano fatte nè per noia nè per rabbia. Ogni essere umano è preda della rabbia se non si controlla. A questi ragazzi nessuno ha insegnato il controllo delle proprie emozioni negative e questo perchè in una certa cultura post sessantottina il controllo di se’ aveva una conotazione sinistramente fascista. Mentre invece è necessario, altrimenti si verificano episodi come quelli a cui siamo costretti ad assistere ormai quotidianamente.
 
E così molti dei nostri figli sono stati educati allo “stato brado”, convinti che non ci fosse nessun bisogno di educazione così come l’avevamo ricevuta noi, ma che in un qualche modo i bambini fossero in grado di “autogestirsi” consapevolmente e responsabilmente. Il risultato è che non solo i ventenni di oggi non sanno cosa sia (non tutti ovviamente e per fortuna) l’autocontrollo, ma alla prima difficoltà emotiva si rifugiano nell’alcol e nelle droghe. Le statistiche parlano chiaro. E per fortuna che se devono fare pipì cercano ancora un bagno o un anfratto nascosto…

Giu 23, 2014 - opinioni, Sentimenti    No Comments

L’Amore e la Fede

Nel film “Contact” (Jodie Foster – Matthew McConaughey regia Robert Zemeckis 1997) la protagonista è una scienziata, di convinzione atea, impegnata nella ricerca di una vita intelligente oltre il sistema solare. Conosce un sacerdote “sopralerighe” che non veste la tonaca, non ha dato voto di castità ma svolge il suo compito evangelico con passione e intelligenza. Si innamora della scienziata e spesso argomenta con lei in questioni teologiche. Lei, da brava atea, cerca di buttare giù le convinzioni di lui, lui ci mette tanto amore nel rispondere a tono a tutte le obiezioni.

Durante un ricevimento in onore della scoperta di un messaggio E.T., i due si ritrovano e ovviamente discutono – con ironia lei, pazientemente lui – sull’esistenza o no di Dio. Ad un certo punto, forse a corto di argomentazioni all’altezza della Fede del suo interlocutore, lei esclama una frase tipo (non ricordo esattamente parola per parola, ma cercherò di rendere come meglio posso il dialogo – memoria permettendo…): “ma insomma, vorresti dirmi che non c’è una prova valida dell’esistenza di Dio e comunque io devo credere alla Sua esistenza? E se Dio semplicemente non esistesse? Se la risposta alla domanda fosse esattamente questa? Che Dio non esiste ma siamo noi ad averlo creato? Io non posso credere all’esistenza di qualcosa di cui non ho la prova…” .. Lui sembra rifletterci sopra, poi – con una semplicità impressionante – le chiede: “Tu.. volevi bene a tuo padre? (si parla del padre scomparso quando lei aveva dieci anni)” e lei risponde “ma, si! certo!!” un po’ spazientita da quella domanda… e lui incalza “e lui… ti voleva bene?” … “si, certo… credo proprio di si!” e lo guarda un po’ sospettosa, non comprendendo bene dove voglia arrivare…  e lui: “Bene, allora provamelo”.

Inutile dire che lei rimane senza parole.

 

Ecco, questo secondo me significa aver Fede. Non c’è bisogno di prove quando si parla di Amore. L’Amore si sente. Va solo compreso…

Freddezza

Ci capita di incontrare persone che, di fronte ad eventi dolorosi, sembrano non sapere cosa sia una lacrima, un sospiro, un dispiacere… e allora spesso le giudichiamo come aride, senza cuore… il nostro dolore, il nostro dispiacere grida allo scandalo di fronte a queste persone così misurate di fronte ad avvenimenti che ci sconvolgono o, alla meglio, ci intristiscono. 

 Eppure forse sarebbe doveroso da parte nostra chiederci se quello che noi confondiamo con scarsa partecipazione non sia piuttosto il risultato di una vita di sofferenza, un’abitudine al dolore che le ha portate se non proprio all’indifferenza quantomeno a vedere con distacco il dolore degli altri. 

Siamo spaventati all’idea di qualcuno che sopporti il dolore senza un lamento, che si lasci straziare dalla sofferenza senza perdere quello che noi definiamo controllo. Eppure dovremmo essere grati a queste persone, perchè – anche se non lo vogliamo ammettere – sono le uniche che non si scanseranno quando cercheremo una spalla sulla quale piangere.

Raziocinio e discernimento

In un’epoca come quella che stiamo vivendo la razionalità ha preso il posto del discernimento.
Essere razionali è semplice, non occorre una grande intelligenza, basta obbedire pedissequamente a ciò che di volta in volta il “buonsenso comune” detta come regola di vita. E non ci si accorge che il confine tra razionalità e cinismo è pericolosamente sottile. Si pattina su un ghiaccio che prima o poi  si spacca e ci sprofonda nell’abisso, questo perchè  chi vive di razionalità esclude dalla propria vita il mistero dell’ “alea”.  Se il futuro si prospetta difficile dal punto di vista economico, ecco che l’essere razionale fa carte false per accumulare denaro che potrà ovviare al problema.
Invece di rafforzare la propria interiorità, mette i puntelli al proprio ego. Il risultato è che  il denaro può sparire dall’oggi al domani e che l’unica vera forza che può salvarci la vita… viene a mancare. I puntelli esterni cedono, manca la forza interiore per affrontare il problema. L’essere soccombe.
 
Il discernimento – al contrario del facile raziocinio – è un vero e proprio talento che però va ricercato e va coltivato nel tempo.
Non ci sono regole, ognuno deve trovare da se’ la strada che porta al discernimento.
Discernere significa essenzialmente separare le cose buone (quelle che portano il bene per tutti) dalle cose cattive (quelle che portano il male per tutti). Condizione essenziale all’acquisizione del discernimento è che non si cerchi il soddisfacimento personale ed egoistico, altrimenti
è il cinismo raziocinante a prendere il sopravvento e quindi il perseguimento esclusivo del proprio tornaconto. 
 
Un politico che possiede razionalità è un politico corruttibile.
Un politico che possiede il discernimento è un politico illuminato.

Crocefisso si, Crocefisso no…


 


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L’unica cosa che mi perplime è: perchè mai l’invito a togliere il Crocifisso dalle aule scolastiche – cioè proprio dai luoghi deputati all’educazione anche religiosa dei ragazzi – è partito proprio da una famiglia di tradizione cattolica?  Cos’è che ha spinto queste persone ad armare tutto questo trambusto per un dettaglio che, torno a dire, non potrebbe mai creare problemi a nessuno?
Personalmente sono addolorata di questa querelle, perchè ritengo che un’educazione laica dovrebbe anche lasciare ai ragazzi la possibilità di crescere nei valori Cristiani, se lo vogliono. Togliere il Crocifisso dalla classe dove sono sicura che la maggioranza dei bambini hanno genitori Cattolici che hanno fatto battezzare i loro piccoli, che li presenteranno per la Prima Comunione o li hanno già presentati… significa privilegiare un pensiero che è magari isolato …

Se poi dovessi dire tutto ciò che penso… credo che ci siano persone che hanno paura di quello che il Crocifisso significa. Hanno paura dell’Amore che salva le vite, hanno paura della generosità che dimentica l’IO con tutte le sue tirannie. Chi teme il Crocifisso, secondo me, teme l’Amore nelle sue forme più alte.

E c’è di più… temo che questo sia l’inizio di una nuova caccia alle streghe… perchè purtroppo la storia ci insegna che laddove manchi il Simbolo di un Credo subito c’è n’è un altro pronto a sostituirlo. E non vorrei vedere, al posto del Crocefisso, qualcosa di diverso… e di terribile.


DELUSIONE

L’autonomia psichica è quella bella forma di libertà che ci consente di raggiungere il famoso “centro di gravità permanente” di cui tanto parlano di antroposofi.
Essere autonomi psichicamente significa soprattutto non basare il proprio sentire su quello dell’altro… significa avere ben chiaro quali sono i nostri e gli altrui limiti.

Non dovremmo mai lasciarci deludere da niente e da nessuno, ma dobbiamo anche ammettere che siamo esseri umani, quindi fragili e incompleti fino a quando non riconosciamo la nostra totale dipendenza da ciò che gli altri pensano di noi. Fino a quando rimaniamo “chiusi” in un sistema psichico che ci vuole figli o genitori, ricchi o poveri, belli o brutti, utili o inutili, buoni o cattivi, fino a quando cioè il nostro sistema psichico si baserà sulla dualità e sul giudizio inevitabile che ne deriva… non riusciremo ad evitare la delusione.

Il “centro di gravità permanente” rappresenta uno scoglio ben fermo nel mezzo del mare in tempesta. Mentre gran parte delle persone cerca questo scoglio in un altro-da-se, c’è però una minoranza che sfortunatamente (o fortunatamente) decide di dedicare tutta la vita alla ricerca dell’autonomia interiore, del famoso (ma esiste veramente?) “centro di gravità permanente”.

Sembra una banalità (da anni si sente dire che) ma affermare che “per essere sereni non bisogna aspettarsi nulla da nessuno” è forse una delle poche cose sagge da dire. Questo non significa – secondo me – che è sbagliato avere stima e fiducia nell’altro, ma semplicemente riconoscere che anche l’altro è esattamente come noi, quindi anche l’altro ha bisogno di trovare in noi un appoggio, una guida, qualcuno che non lo deluda. Personalmente, credo che l’amore e l’amicizia nascano fra due persone i cui rispettivi bisogni si incastrano perfettamente gli uni con gli altri. Ma dato che i bisogni mutano nel tempo, come mutano le persone in base alle esperienze che fanno, ecco che gli equilibri facilmente si spezzano e due persone che fino a poco tempo prima si amavano e si stimavano si trovano pian piano a farsi la guerra, senza neanche sapere perchè. In fondo – credo – la delusione non sta nello scoprire che l’altro ci è infedele (nelle idee come nelle promesse) ma nello scoprire che l’altro non è quello che pensavamo fosse. Non è lo scoglio che speravamo ci sostenesse durante la tempesta. Ancora una volta abbiamo cercato rifugio non nella parte più profonda di noi, quella dove brilla la Lux Divinae, ma nel bisogno che noi abbiamo dell’altro.

Può una parola deluderci? Non credo.

Non è una singola parola, detta magari senza riflettere e senza dolo, a deluderci… spesso prendiamo una parola a pretesto, cerchiamo il pelo nell’uovo per liberarci di un legame che non ci soddisfa più. Non soddisfa più il nostro bisogno egoico di specchiarci nell’altro.
E per rispondere alla tua domanda, se sia giusto aspettarsi qualcosa dall’altro… io credo sia sbagliato solo se non si è partecipato l’altro delle nostre aspettative… cioè se facciamo progetti che includono l’altra persona a sua insaputa. Se rimaniamo delusi è un nostro problema…

Lettera al Dott. Bersani

Caro Dott. Bersani,


veramente io speravo che a vincere queste elezioni fosse il mio carissimo Dario Franceschini, che per appartenenza generazionale e per convincimenti religiosi sento sicuramente più vicino a me.
Che posso dire? Lei ha comunque tutta la mia stima (da anni…) e, come già affermato dal “mio carissimo” Franceschini, questa è un’occasione di festa, non di tristezza…

Ora non mi rimane (a me ed a tutti coloro che credono nella linea politica del PD) che sperare in Lei e nel Suo rinnovato entusiasmo che politicamente parlando non deve mai mancare quando ci si trova alla guida di un partito importante e “numericamente rilevante” come quello che appartiene a noi elettori ma anche a Lei in quanto Segretario.

Spero che lei continui a mantenere i Suoi civilissimi toni, senza per questo incappare nei “birignao” e senza oltrepassare mai il segno nel tono corrente (come troppo spesso i Suoi colleghi parlamentari fanno, nell’ambito del loro compito istituzionale, tanto fra le mura dorate di Palazzo quanto in quelle “asettiche” e “super partes” degli studi televisivi) diventato oltre che aggressivo anche politicamente scorretto.

In un’Italia che si va facendo sempre più litigiosa e sempre meno concreta, le persone come me, che credono ancora in una “polis” energica e a schiena dritta ma comunque cortese e civile,  rimangono sempre un po’ in disparte sperando in tempi migliori… inutile dire che ultimamente abbiamo tutti l’impressione di esser caduti vittime del cosiddetto “gioco al massacro”, ma quando il male è comune si spera sempre che “chi conta” possa metterci rimedio, se non altro per non peggiorare anche la sua propria situazione…

Il fatto è che si ha la sensazione di esser diventati come i famosi “capponi di Renzo” (per chi non lo ricordasse parliamo dei “Promessi Sposi” e in particolare dei  capponi che litigano fra loro beccandosi furiosamente senza rendersi conto che Renzo li sta portando all’Azzeccagarbugli che sicuramente ci farà il brodo) che, in quanto tali, oltre ad esser capponi – destinati quindi alla pentola – mancano anche della vera ultima grazia che è quella della coscienza del proprio ruolo. Perchè se si conosce il proprio ruolo si sa anche come sfuggirlo…

Quindi, Caro Dott. Bersani, noi tutti elettori del PD guardiamo a Lei come i naufraghi della famosa Isola guardano al cesto della merenda. Cerchi di non deluderci. Con sinceri e affettuosi Auguri di Buon Lavoro.

Ott 18, 2009 - opinioni    No Comments

La pubblicità delle calze e l’Inno di Mameli

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ll messaggio pubblicitario, come ogni forma di comunicazione, deve essere efficace per essere funzionale.
Se si vuole vendere qualcosa (premetto che personalmente non “so” vendere e non l’ho mai saputo fare anche se ci ho provato) bisogna colpire l’attenzione di chi passa.
Non invidio affatto i pubblicitari in questo nostro periodo storico-economico. La gente non compra se non quello già preventivato, perchè solo chi ha grandi disponibilità economiche può farsi tentare da questa o quell’altra offerta. Chi non ne ha deve necessariamente volare basso e spesso finisce con il comprare beni non pubblicizzati perchè costano di meno. Cosa fa allora il pubblicitario per vendere un prodotto? Prima di tutto deve cercare di colpire l’attenzione del suo “padrone”, di colui cioè che paga per poter pubblicizzare il proprio prodotto. Io non so se il consiglio di amministrazione della Calzedonia (ma è un marchio? ed è ancora un consiglio di amministrazione a decidere democraticamente sulle strategie del marketing oppure ci sono le solite “vie traverse” da percorrere?) sia a maggioranza leghista, perchè solo qualcuno che non crede nell’Italia come Costituzione può permettersi di usare l’Inno Nazionale al di fuori di uno stadio di calcio (lì è comprensibile, visto che rappresentiamo lo Stato Italiano quando giochiamo all’estero e non, e che è comunque un rito ormai consolidato e antico quando il gioco stesso del calcio).
Se ci fermiamo a riflettere su questo ci rendiamo anche conto che un pubblicitario (e mi dispiace dover fare di tutta l’erba un fascio) è solo una persona che per vivere (e bene!!!) venderebbe sua madre, e quindi non c’è da meravigliarsi se arriva a vendere anche l’Inno di Mameli, il quale per fortuna da Lassù ormai non se la prende più di tanto… i pubblicitari degli “ultimi giorni” dovranno imparare a cavalcare ogni tigre che gli capiterà a tiro, perchè secondo me non si tratta di una questione di mancanza di fantasia… è pura e semplice speculazione psichica…

Giu 8, 2009 - opinioni, sfoghi, Sociale    No Comments

Bah!…

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Già… che dire? sono veramente scoraggiata… e non si può certo affermare che sia questione di brogli…. tutta l’Europa democratica (il voto per il parlamento europeo è forse quello più democratico che esista, dato che si basa al 100% sulla volontà popolare) ha votato decisamente a destra… dimenticando completamente che i valori dell’Uomo stanno tutti al centro – sinistra…. personalmente ho l’impressione che si voglia creare una specie di STATI UNITI D’EUROPA sulla scia degli USA e adottando le stesse politiche sociali ed economiche – che sono sempre state fortemente anti sinistra. Non ho nulla in contrario – da cittadina europea – che questo accada… ma per gioirne dovrei dimenticarmi di me, dei miei problemi di cittadina povera e di tutti i problemi dei poveri che vivono anche della solidarietà dello Stato. Non dimentichiamo che – lungi dall’essere una leggenda metropolitana – negli Stati Uniti si muore in corsia per mancanza di cure dovute a questioni amministrative-burocratiche. Qui se ti ammazzano è solo per incompetenza… e a questo punto mi sembra il male minore… oppure pensiamo a tutti coloro che sono stati ridotti al lastrico per le politiche assurde e competitive delle banche statunitensi che hanno sempre considerato il correntista come una mucca da mungere, senza mai dare garanzie in caso di perdite perchè le perdite semplicemente non venivano considerate. Tutta una economia basata sull’ipertrofia del capitalismo… c’è di che dolersi…
Bah, speriamo sempre in bene… io spero sempre nei miracoli perchè so che possono avvenire… lo so e ci credo. E so anche che noi italiani, per quanto affascinati da un certo tipo di scintillio e di benessere abbiamo un posticino in fondo al cuore (molto in fondo, ma c’è) tutto dedicato alla fratellanza. Siamo sempre stati un popolo di “buoni” e continueremo ad esserlo… ne sono certa e prego per questo tutti i giorni… e non solo per me, ma per tutte le persone (specialmente i bambini) che vivono in difficoltà questa epoca. Penso soprattutto al loro futuro…

SCIACALLI

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Premesso che gli sciacalli, canidi, in natura sono animali utilissimi, perchè aiutano a mantenere “puliti” gli spazi e ad evitare quindi il diffondersi di malattie dovute alle carcasse in putrefazione… oltre a non essere affatto laidi come ci si può immaginare… e quindi non meritano certo di venir assimilati a certi spregevoli individui umani…
fatta questa premessa vorrei riflettere su un fatto piuttosto evidente….Gli sciacalli non sono solo coloro che vagano come dannati tra le macerie alla ricerca di qualcosa da sgraffignare… gli sciacalli sono anche coloro – e in questi giorni affollano i media in gran quantità – che si prodigano enfaticamente e si propongono in qualità di espertissimi esperti su questioni sismiche e non. Ho avuto purtroppo occasione di recare offesa ai miei emisferi cerebrali – e prima di loro ovviamente i miei padiglioni auricolari – con i vari starnazzamenti di questi non-so-bene-come-qualificarli individui i quali, pur di introdursi in ambienti che per loro potrebbero rappresentare un validissimo (in tempi di crisi anche mediatica) “bacino di pescaggio”, non esitano a dare addosso alle sole persone che – in momenti come questi – credo abbiano diritto ad esprimere la loro opinione e cioè A TUTTI COLORO CHE SONO E OPERANO SUL TERRITORIO AQUILANO, e che prima di questa amara esperienza hanno avuto purtroppo occasione di formarsi in altri territori terremotati.

Con mio grande disgusto ho avuto modo di sentir blaterare – proprio stamattina – uno di questi “balanzoni” che affermava il suo disappunto nel constatare che molte delle persone che sono state al centro dell’attenzione mediatica in questi giorni “non sono affatto esperti” (credo si riferisse alla protezione civile ed ai vigili del fuoco e intendendo per esperto colui che ha conseguito un diploma di laurea specifico, magari alla Bocconi o alla Luiss, che ha scritto varie dispense anche in inglese, che ha seguito vari masters universitari ed è conosciuto – almeno nominativamente – in qualche università americana, che ha avuto occasione di frequentare qualche geologo esperto, MA CHE NON HA MAI OPERATO DIRETTAMENTE IN UN TERRITORIO ALTAMENTE SISMICO E DURANTE LE SCOSSE, non ha mai guardato negli occhi le persone che soffrono di aver perso tutto e soprattutto NON HA MAI SCAVATO A MANI NUDE PER RECUPERARE UN CORPO DISFATTO DALLA FRANA, e non ha mai pianto disperato mentre scavava) e quindi, secondo il ceffo, non dovrebbero essere interpellati.

Ora, premesso che costui (ma non è il solo purtroppo) altro non ha fatto che sbrodolarsi addosso di autocelebrazioni (un tipo molto diffuso di voyerismo nei c.d. salotti buoni della high society), forse sarebbe di maggior buon gusto che il nostro sistema informativo prendesse con le pinze tutte le varie “interferenze” di costoro, che altro non sono se non tentativi di ottenere credito e, con esso, anche qualche ingaggio e consulenza esterna (devo ricordare che nel nostro bilancio deficitario, un posto di merito va assegnato alla voce “CONSULENZE ESTERNE”).
Ora mi sono sfogata. Non ho altro da dire.

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