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Lug 10, 2014 - Poesia e prosa, Racconti    No Comments

Il ragazzo ed il fiore nel deserto

C’era una volta una coppia di sposi felici che però avevano un cruccio… un unico cruccio. Il loro figliolo.
Era un ragazzo sano, non gli mancava nulla… ma non era mai contento di niente.

Il ragazzo era cresciuto nel benessere, non aveva mai patito nè il freddo nè la fame perchè i suoi genitori avevano fatto di tutto per non fargli mai mancare nulla. Aveva amici che lo amavano e che si facevano in quattro per lui. Era una persona fortunata, perchè nessuno si accorgeva di quanto fosse egoista. Infatti, tutti si davano da fare per renderlo felice ma lui… lui sembrava non farci caso. Per lui tutto era dovuto. Era normale che i suoi genitori, i suoi amici, lo ricoprissero di attenzioni… ma mai che lui facesse un passo verso di loro. Certo era un ragazzo educato, diceva sempre grazie, ma i suoi apprezzamenti erano tiepidi… mai entusiasti.

Suo padre e sua madre si chiedevano spesso dove avessero sbagliato. Perchè lui, pur essendo stato cresciuto con principi sani e nel rispetto degli altri, mostrava di essere così indifferente ai bisogni altrui. Ogni qual volta si parlava di persone bisognose lui sbuffava, girava i tacchi e se ne andava nella sua stanza. “Ed io allora? Cosa dovrei dire?” pensava, a torto, di essere sempre carente di qualcosa. “Quante volte ho desiderato qualcosa che non ho potuto avere?” pensava tra se’ e se’… “qualcuno si è mai provato a darmi quello che desideravo?” incalzava con se’ stesso… e così pensando si chiudeva ancora di più nel suo egoismo.
Il ragazzo cresceva e, come succede a tutti gli adolescenti, aveva cominciato a sognare di poter incontrare la sua anima gemella. Ma fra tutte le ragazze che conosceva non ce n’era nessuna che lo interessasse al punto di farlo sognare. Un giorno, preso dallo sconforto, decise di confidarsi con suo padre. E gli raccontò del suo bisogno di incontrare una ragazza speciale. Il padre, commosso da quell’improvvisa fragilità del suo figliolo, fu bel contento di potergli dare qualche consiglio.

“Innanzitutto devi cercare di essere più allegro quando sei in compagnia: alle ragazze piacciono gli uomini che le fanno ridere!” disse al suo figliolo che però sembrava non capire. “Che significa essere più allegro? E perchè mai dovrei fare il buffone di corte? Non basto come sono?” esclamò irritato il ragazzo. Inutili furono gli sforzi di suo padre di fargli comprendere che l’amore è un dare ed un ricevere… che non si può pretendere solo di ricevere, bisogna anche dare. E che se per primi si dona qualcosa… si è più apprezzati. Lui non capiva, o non voleva capire. E così si chiudeva sempre più, ed il suo cuore veniva imprigionato fra i rovi dell’egoismo.

Un bel giorno, il giorno della sua laurea, il ragazzo decise di chiedere al padre un anno sabbatico, il classico anno che spesso segue le fatiche universitarie e che per un ragazzo benestante rappresenta lo spartiacque fra la vita studentesca e la vita professionale. Gli chiese di poter fare un viaggio, lontano da tutto e da tutti, per capire meglio cosa fare della sua vita. E dato che aveva dato ottimi risultati negli studi ed i suoi genitori erano orgogliosi di lui gli concessero ben volentieri quel periodo di “dolce far nulla”. Quindi, senza por tempo in mezzo, partì per il mondo. Viaggiò molto, in nave, in aereo, in treno… volle sperimentare tutto, anche ciò che poteva sembrare faticoso o sconveniente. Molte cose gli riuscirono facili, altre lo impegnarono più del dovuto, altre ancora le scartò perchè assolutamente non aveva voglia di farle. Ma sentì che stava imparando tanto da quel viaggio e le lettere che scriveva ai suoi genitori erano sempre positive, anche se ancora mancava qualcosa alle sue esperienze di vita… ogni parola descriveva il mondo che aveva ad incontrare… ma nessuna parola portava in se’ una delle cose più importanti che un essere umano dovrebbe imparare… l’amore. Non c’era amore nelle sue parole… descrizioni, opinioni, impressioni e persino assunti filosofici…. ma in tutto questo mancava l’amore.

I suoi genitori si chiedevano come mai un ragazzo bello, intelligente, benestante, beneducato e tanto ammirato come lui…. ancora non avesse incontrato una ragazza… o un ragazzo, poco importava (erano genitori particolarmente compresivi e moderni), che lo interessasse… purchè il loro figliolo mostrasse una qualche propensione al sentimento. Eppure loro due si amavano, si erano sempre amati e rispettati… mai una parola fuori posto (almeno davanti al figlio), mai un litigio acceso, mai una lacrima… certo, come tutte le coppie avevano avuto dissapori… ma non avevano mai coinvolto il loro figliolo in nessuno di questi. Quindi avevano sempre dato mostra di grande amore e grande rispetto fra di loro. Non capivano proprio.

E neanche il ragazzo capiva… anche lui si poneva lo stesso interrogativo. Perchè? Perchè non riusciva ad incontrare quella famosa anima gemella, la ragazza che sola poteva far battere il suo cuore? Erano tutte o troppo insignificanti, o se belle non erano del suo stesso ceto sociale (cosa per lui fondamentale… non avrebbe mai voluto una donna che non fosse alla sua altezza) oppure a suo parere troppo ignoranti o troppo saccenti. Una volta un suo amico gli chiese: “ma si può sapere come la vorresti sta’ ragazza?” un po’ spazientito, per la verità, di non riuscire bene a comprenderlo. E, cosa strana, il ragazzo sapeva benissimo cosa non voleva… non altrettanto, però, cosa volesse.

Durante il suo viaggio verso se’ stesso, il ragazzo visse un’esperienza importantissima. Incontrò l’altruismo, quel sentimento a lui sconosciuto. E lì per lì neanche lo riconobbe.
Dunque, si trovava in visita guidata presso alcuni scavi archeologici, in Egitto. La guida stava portando uno sparuto gruppo di turisti, fra i quali c’era anche lui, attraverso una zona semidesertica su una vecchia jeep a sei posti. Nel tragitto che portava dall’albergo alla zona archeologica incontrarono una piccola carovana di nomadi che si accingeva alla sua traversata per spostarsi da una parte all’altra del paese. Per non dover deviare dal percorso battuto evitando quindi di rendere scomodo e traballante il viaggio, la guida preferì attendere pazientemente che la carovana passasse… ad un certo punto dalla carovana si staccò una figura… era coperta dalla testa ai piedi, ma da una catenina d’argento che tintinnava alla caviglia il ragazzo potè vedere che si trattava di una donna, la quale rischiando di finire sotto le ruote della jeep che nel frattempo aveva ripreso la sua marcia, si parò fra il carro e qualcosa che a tutta prima sembrava un semplice sasso. La guida si inquietò moltissimo e imprecando in tutte le lingue scese dalla jeep e prese per un braccio la donna scuotendola violentemente. Questa, ben lungi dal voler abbandonare quella zolla di terra, non emise un suono ma continuò imperterrita a difendere quel “qualcosa” che rappresentava per lei – evidentemente – un vero tesoro.

Il ragazzo, al quale non era sfuggito nulla di quella vicenda, scese dalla jeep e preso l’uomo per il braccio cercò di calmarlo e gli chiese cosa stesse succedendo. L’uomo gli spiegò che quella donna stava non solo bloccando la loro marcia ma si era addirittua permessa di disobbedire al suo ordine di allontanarsi.
“La conosci?” chiese il ragazzo. “No signore… ma questo non vuol dire, lei non deve permettersi di comportarsi così… è solo una donna!”. Nel frattempo la donna rimaneva a testa bassa, tutta avvolta nel suo velo pesante che non lasciava intravedere nulla di se, se non la sua determinazione a non lasciare quel posto senza prima essere ascoltata.
Il ragazzo, quindi, si rivolse direttamente a lei. “Che vuoi? Cosa cerchi? Perchè non ci lasci passare?”. Ma la donna non capiva il francese e quindi rispose, brevemente, nella sua lingua. La guida ebbe un moto di impazienza, come a dire: stupidaggini di femmine! ma fedelmente tradusse: “questa ragazza dice che stiamo uccidendo un fiore sacro… sono stupidaggini di donne signore, non starla a sentire…”. Il ragazzo però avvertì qualcosa nel suo cuore… un moto… una cosa mai provata prima. Guardò meglio il terreno dove c’era la zolla di terra che la donna aveva difeso tanto strenuamente… effettivamente si vedeva qualcosa… si inchinò e la ragazza fece un passo indietro, titubante. Quella donna aveva rischiato il linciaggio per un cardo! Uno stupido cardo!

“Ma è solo un cardo!” esclamò il ragazzo alzandosi in piedi con impazienza e la guida, incoraggiata dal suo atteggiamento, ricominciò a strattonare la giovane facendola finire in terra. Nel frattempo, tutta la carovana si era fermata ed un uomo stava arrivando in difesa della giovane. Il ragazzo, temendo una rissa, cercò di tranquillizzare gli animi… e ci riuscì talmente bene che non solo la guida tornò soddisfatta sulla jeep, ma la ragazza prese dei sassi e costruì una piccola aiuola intorno al cardo accennando qualche passo di danza alla fine, facendo tintinnare i braccialetti che portava alle caviglie. Poi si voltò verso il ragazzo e qualcosa in lei sorrise, almeno lui credette che fosse così perchè non potendo vederla in viso non avrebbe saputo neanche immaginarla. Ognuno riprese posto nel suo mondo e tutto finì nel modo migliore.
Quella stessa sera, nel suo letto in albergo, il ragazzo non riusciva a dormire. Pensava a quello che era accaduto, a quella figura femminile di cui non era riuscito a sapere nulla, neanche il nome, neanche il colore degli occhi o la forma del viso… solo il suono della sua voce. Non avrebbe saputo dire quanti anni avesse avuto nè se fosse bella o meno. Ma quella ragazza con il suo comportamento le era entrata nella testa (non osava neanche parlare di cuore) e non riusciva a non pensare a lei.

I giorni passarono, ed il ragazzo stava per abbandonare la terra d’Egitto per procedere oltre. Volle tornare nel posto dove la ragazza aveva lasciato il cardo, attorniato dalle pietre… non sapeva bene neanche lui perchè volesse tornarci… ma sentiva il bisogno di farlo e così ci tornò. Forse sperava di incontrarla, chissà… arrivò sul posto, ma ovviamente non c’era nessuno. Il cardo però c’era ancora… e le pietre anche, disposte in cerchio, come soldati fedeli intorno alla regina. Volle rimanere qualche minuto in silenzio, per comprendere… qualcosa in lui si era fatta strada. Qualcosa che non aveva mai provato prima. Ma perchè? Cosa c’era di tanto speciale in quel posto da farlo addirittura tornare? Lui che non riusciva a trovare sacro nulla che non gli appartenesse?

Il ragazzo non aveva ancora compreso che non era il posto ad avergli solcato l’anima… nè quel piccolo cardo… bensì il gesto che quella giovane donna aveva compiuto per difendere una cosa che reputava sacra, inviolabile. Il fiore nel deserto altro non era che la parte migliore di noi che va preservata, nonostante la durezza della vita la metta continuamente alla prova. Il fiore nel deserto siamo noi quando cerchiamo di sopravvivere alle condizioni peggiori, all’aridità del mondo in cui viviamo, al giudizio spietato di chi non ci conosce… siamo noi che cerchiamo di mettere radici in un mondo spesso inospitale, che ci rifiuta, che non ci comprende.

Quel piccolo cardo è la vita che vince sulla morte… è il fiore nel deserto.

Lug 10, 2014 - Racconti, sfoghi    No Comments

Sonora (una giornata di luglio)

Ore 15.00… fermata dell’autobus completamente assolata … niente ombra, al di fuori del cartellone della fermata già preso d’assalto per uno spicchietto di ombra che copre a malapena la pelata di un signore che si sta letteralmente liquefacendo sotto i miei occhi sudati… io e la bottiglia di acqua siamo un tutt’uno. Sono vestita come una recluta della legione straniera: pantaloni larghissimi di raime (una fibra naturale simile al lino ma più leggera) colorati arancio, ecru e marrone… casacca leggerissima e larghissima di seta ecru ….nonostante tutto sia largo per permettere all’aria di passare, c’è un particolare non trascurabile: non c’è aria, assolutamente no. Non se ne parla. Mi calco il cappello di paglia in testa, stile rossella o’hara, e bevo un altro sorso d’acqua. Mi calco pure gli occhiali scuri, ad incastro, per non lasciar passare nemmeno un raggio piccolo di sole… mi sporgo per vedere se arriva l’autobus…. macchè…. manco l’ombra. Magari ci fosse almeno quella!! e invece no.. non si vede.

L’orizzonte tremulo, come quello che si vede in certi films western nel deserto di Sonora – mancano solo i serpenti a sonagli! – mi racconta che lì in mezzo all’asfalto saranno almeno – a dir poco – 50 gradi. Oddio, penso, ora mi viene un coccolone… come faccio ad arrivare viva in ufficio? e pensare che oggi ho quella tal pratica da sbrigare, in scadenza? come faccio ad evadere la pratica se mi prende un coccolone? e improvvisamente mi rendo conto che se faccio pensieri così vuol dire che il coccolone mi ha già preso.

Alla fine si leva un comune sospiro di sollievo… sta arrivando l’autobus!! Eccolo! è lui! è quello nuovo a metano CON L’ARIA CONDIZIONATAAAA!!! tutti ci spertichiamo in lucidi e strafatti di caldo sorrisi a cinquantaquattro denti. Alla fine riusciamo a salire, un po’ provati, sull’autobus… come non detto… l’aria condizionata s’è rotta….

Lug 10, 2014 - Racconti    No Comments

Piccolo racconto terribile

Laura era una donna semplice e concreta. Nessun grillo per la testa, nessuna grande aspirazione. Si accontentava di poco. Un po’ perché la vita non le aveva certo risparmiato delusioni ed un po’ per l’incapacità di valutare con obbiettività chi aveva davanti, era sempre piena di dubbi sulle persone e sulle loro reali intenzioni.
Quando era ragazza si era convinta di avere uno speciale talento per incappare sempre nelle persone sbagliate, che fossero amici o innamorati.
Se con l’età matura aveva eliminato parte dei suoi dubbi (non avendo più motivo di dolersene) si era però trovata nella condizione di chi, abituato a scavare sempre trincee, non riusciva più a vivere serenamente in relazione con il prossimo.

Per Laura questo stato di cose era insostenibile perché in conflitto con le sue convinzioni e cioè che una vita senza gli altri non sia degna di essere vissuta.
Viveva quindi sempre in ansia, divisa fra il suo istinto di autotutela e fra il desiderio di scavalcare la trincea e fidarsi un po’ di più.
“Dovresti rivolgerti ad uno psicologo, a qualcuno che sia in grado di farti uscire da questa prigione mentale” le diceva la sua amica Claudia, l’unica che avesse resistito nel tempo a quel dialogo impossibile con una persona granitica come era Laura.

Laura non aveva mai preso in considerazione l’idea di rivolgersi ad uno psicologo… certo è che non poteva continuare a sentirsi sempre così conflittuale.
“Ma in fondo di cosa hai paura? E’ vero che la vita per una donna è diventata difficile, ma non sei l’unica donna in questo paese!” controbatteva Claudia. Ma Laura continuava a sentirsi in minoranza. Senza contare che questo stato d’animo la rendeva cupa e distratta… tanto distratta da farle dimenticare la sua innata prudenza. Più di una volta aveva dimenticato il portamonete sul bancone del bar o all’ufficio postale. Quando era tornata indietro a cercarlo, ovviamente non c’era più.

Al supermercato spesso si era accorta troppo tardi che sullo scontrino era stato battuto un articolo che non aveva acquistato e un po’ per rabbia un po’ per timidezza… non era tornata indietro a farlo notare, tenendosi non solo la truffa ma anche il malumore. L’unico stratagemma che aveva adottato era stato… cambiare negozio.
Con gli uomini era una frana. La timidezza le impediva di condurre una conversazione rilassata e, dato che lo sapeva, il più delle volte non diceva una parola, limitandosi a sorridere ed all’ascolto più totale del suo interlocutore. Due volte solamente era riuscita a non farsi condizionare dalla timidezza, ed erano state due storie d’amore importanti ma finite male entrambe. La prima era durata quasi otto anni ed era finita perché lui aveva trovato un lavoro in Olanda. Dopo qualche mese, non l’aveva chiamata più. Laura non si era neanche sforzata di capire il perché: un’altra avrebbe preteso una spiegazione, ma non lei. “Qualcosa” in lei sapeva che sarebbe stato inutile, sarebbe stato come aggiungere umiliazione ad umiliazione. Per questo aveva accettato passivamente che lui la dimenticasse, come si fa con una vecchia foto scolorita in fondo al baule dei ricordi.
La seconda storia era stata passionale, anche troppo per il palato delicato di Laura. Lui l’aveva letteralmente rapita al suo mondo fatto di piccole cose e le aveva fatto provare l’ebrezza dei sentimenti forti. Non si sa cosa avesse trovato lui in una come Laura e persino Claudia – quella volta – era rimasta perplessa. Ma la storia durò poco. Proprio mentre Laura si era lasciata andare un po’ ed aveva incominciato a dipingere le sue pagine con i colori del fuoco e del tuono… casualmente scoprì che lui era sposato ed aveva due figli piccoli. Questo perché lui non avrebbe mai immaginato di aver creato un mostro. Laura (nonostante i suoi principi di correttezza tanto sbandierati) aveva frugato nelle sue tasche mentre lui dormiva ed aveva trovato nel suo portafogli la foto dei bambini con una dedica sul retro, scritta di pugno dalla moglie e con una data recentissima: “amore, siamo sempre con te, torna presto”.

Con l’apparente freddezza che l’aveva sempre accompagnata nella sofferenza, aveva riposto con cura la foto nel portafogli e si era comportata normalmente nelle ore successive, salvo poi rifiutare tutte le telefonate di lui nei giorni seguenti. La conferma dello scarso interesse sentimentale di lui l’ebbe quando al terzo rifiuto, lui smise di cercarla.
Dopo quella volta per molto tempo non aveva più accettato il corteggiamento di nessuno ed aveva evitato con cura qualsiasi contatto con l’altro sesso. Si era tuffata nel lavoro, aveva cominciato a chiedere di poter fare gli straordinari di sera per non dover tornare a casa troppo presto. Claudia non aveva approvato questo suo chiudersi in se’ stessa ma del resto l’amica era una donna matura, responsabile e per niente stupida. Sarebbe comunque riuscita con il tempo a superare le delusioni che l’avevano così segnata nel carattere.
Nel frattempo gli anni passavano e Laura cominciava a sentirne il peso. Lo stress che il lavoro le provocava non riusciva a trovare sollievo se non tra le mura della sua casa. Lavorando tante ore al giorno era difficile poter condurre una vita normale al di fuori dell’ufficio. Ogni tanto si concedeva una pizza con Claudia e suo marito, ma si sentiva sempre “di troppo” e quindi aveva iniziato a dire di no anche agli inviti della sua amica del cuore.

Finché un giorno prese una decisione. Decise di andare da uno psicologo che l’aiutasse a superare quel muro così alto da scavalcare. Scelse una donna, con la quale lei pensava sarebbe stato più facile confidarsi.
Cominciò quindi le sue sedute, durante le quali aveva profonda fiducia che qualcosa sarebbe cambiato. Passarono due mesi e – a parte l’appuntamento fisso con Flavia, la sua psicologa, che l’aiutava ad avere almeno una progettualità diversa dal lavoro – non avvertiva grossi benefici. Flavia la stava a sentire, ogni tanto le consigliava una condotta diversa e la motivava ma… a parte questo… Laura aveva sempre la sensazione – peraltro puntualmente scacciata – che Flavia non avesse ben chiaro un piano di lavoro ma procedesse “a braccio”. “Ma è solo la tua diffidenza innata” le diceva Claudia alla quale comunque Laura raccontava tutto. “Devi fidarti almeno di lei, Laura! Non puoi essere così testarda..”

Passarono altri tre mesi. Laura continuava a sottoporsi alle sedute di psicoterapia, durante le quali si raccontava. Ma la sua diffidenza non si era sedata. Flavia era inappuntabile. Sempre presente. Sempre in ascolto. Nulla, a parte un piccolo aumento nella parcella medica, da ridire. Eppure nessun beneficio. Anzi, a volte Laura aveva come l’impressione che parlare di certe cose potesse non aiutarla ma affossarla ancora di più nel suo stato. Lo confidò a Flavia che si limitò a scarabocchiare il block notes annuendo. Nessun commento.
Alla fine della seduta Flavia le consigliò di annotare tutti i sogni che dovesse ricordare al suo risveglio. Nulla di altro.
Tornando a casa, al momento di prendere le chiavi si accorse che non solo non erano nella borsa (eppure si ricordava benissimo di aver chiuso la porta di casa e di averle messe al loro posto, nella tasca interna della borsa) ma mancava anche il portadocumenti con il libretto degli assegni. Eppure non l’aveva mai preso durante tutta la giornata, non le era servito. Cercò di ricordarsi se li avesse tirati fuori dalla borsa quando era in ufficio, ma non ne avrebbe avuto motivo.

Sbuffando, in preda all’ansia, chiamò Claudia. “Almeno il cellulare c’è” pensò con sollievo. Claudia arrivò poco dopo. “Stanotte dormirai da noi, domani prima andremo al tuo ufficio e verificherai se per caso non siano lì, poi faremo la denuncia e semmai ti accompagnerò dal fabbro e faremo cambiare subito la serratura” disse Claudia solerte. Laura la abbracciò piena di gratitudine dicendole che non avrebbe saputo cosa fare senza di lei.

La mattina seguente Laura andò in ufficio ma non trovò traccia nè delle chiavi nè degli assegni. Di corsa andarono dai Carabinieri e sporsero denuncia. Il fabbro cambiò la serratura e per due giorni Laura si sentì spaesata, al punto che volle chiamare Flavia per raccontarle tutto. Ma allo Studio medico non rispondeva nessuno. Decise allora che avrebbe aspettato con pazienza il suo turno, la settimana successiva.

Il martedì della settimana dopo andò regolarmente alla sua seduta. Ebbe però una sorpresa che la lasciò di stucco: sulla porta dello studio medico riconobbe al volo i sigilli della Tributaria, con l’ordinanza del Giudice affissa alla porta dove si diceva che lo studio era stato posto sotto sequestro perchè la signora (…) era indagata per truffa e falso in atto pubblico.

Il rispetto di Se’

Il rispetto di Se’ dovrebbe essere il punto di partenza per coloro che vogliono cambiare vita radicalmente.
Ci sono persone che hanno avuto la Grazia (perchè di Grazia si tratta) di cambiare totalmente il loro modo di essere, di passare da una situazione di disordine e insoddisfazione ad una ben più elevata che li ha resi se non proprio felici e scoppiettanti di gioia quantomeno armoniosi e sereni.
Certo, si fa presto a parlare quando si arriva alla mia età dopo esser stati sballottati a destra e a manca ed essere perciò arrivati alla conclusione che non c’è cibo migliore di quello dello spirito, nè bevanda migliore di quella che ci lascia esattamente come ci ha trovato e che ogni occupazione purchè onesta va bene per guadagnarsi il pane…
Per un ragazzo o una ragazza è più difficile accettare la briglia. Far loro capire che ingurgitare o fumare di tutto non è propriamente rispettare Se’ stessi. Che il denaro non viene prima della dignità o del rispetto degli altri. Che l’onestà non è una zavorra ma un valore unico nella vita.
Scrivo Se’ con la maiuscola non a caso. Rispettare il proprio corpo spesso vuol dire anche rispettare il proprio Spirito. Chi si butta via in una notte non sarà in grado poi di ritrovarsi per parecchio tempo.
Sbagliare è umano ed è facile. Non c’è nulla di più facile (e a volte anche divertente) di sbagliare. E’ la conseguenza dell’errore che reca sofferenza, non l’errore stesso. Quello in se’ non è pericoloso. Fumare uno spinello non è la fine del mondo, lo è però la sensazione di facilità nel trasgredire che ne consegue. Se ogni volta che i ragazzi che assumono psicofarmaci e alcool per sballarsi, o che fumano o sniffano, si sentissero male seriamente… credete che continuerebbero a farlo? Che si divertirebbero? Il pericolo sta proprio nel fatto che il danno c’è… ma non si vede.
Quindi, il vero pericolo è nel fatto che la trasgressione nuoce sia al corpo che allo spirito, ma mentre nel corpo a volte è evidente fin da subito (il malessere del giorno dopo ne è il segno), nello Spirito questo non si evidenzia se non dopo anni.
Questo mucchietto di banalità che ho appena scritto serve però ad introdurre (forse altre banalità, mah…) il discorso sul male del secolo che non attacca il corpo direttamente, ma lo fa colpendo PRIMA lo Spirito.
Un bellissimo romanzo di Oscar Wilde rappresenta magnificamente ciò che intendo con “male dello Spirito). “Il ritratto di Dorian Gray”:

Dopo una tormentata storia d’amore con un’attrice di teatro di nome Sybilla Vane, terminata col suicidio della ragazza, Dorian, vedendo che la sua figura nel quadro invecchia ed assume spaventose smorfie tutte le volte che egli commette un atto feroce e ingiusto, come se fosse la rappresentazione della sua coscienza, nasconde il quadro in soffitta e si dà ad una vita all’insegna del piacere, sicuro che il quadro patirà le miserie della sorte al posto suo. Non rivelerà a nessuno dell’esistenza del quadro, fuorché a Hallward, che poi ucciderà in preda alla follia fomentata dalle critiche del pittore, che ritiene causa dei suoi mali in quanto creatore dell’opera. Ogni tanto, però, si reca segretamente nella soffitta per controllare e schernire il suo ritratto che invecchia giorno dopo giorno, ma che gli crea anche tanti rimorsi e timori. Finché, stanco del peso che il ritratto gli fa sentire, nella speranza di liberarsi dalla vita malvagia che stava conducendo, lacera il quadro con lo stesso coltello con cui aveva ucciso Hallward. I suoi servi troveranno Dorian Gray morto, irriconoscibile e precocemente avvizzito, ai piedi del ritratto incontaminato, con un coltello conficcato nel cuore. (da Wikipedia)

Ciò che Dorian fa al suo Spirito non è di immediata comprensione… solo al momento della sua morte ci si potrà rendere conto di come una vita passata alla ricerca del piacere, della felicità incontrollata senza riguardo per niente e per nessuno, possa lasciare nell’anima piaghe inguaribili e ombre di tenebra…

Giu 22, 2014 - Racconti    No Comments

Il germoglio verde

 

Come tutte le sere si inginocchiò ai bordi del suo lettino, non appena la mamma scomparve alla sua vista socchiudendo piano la porta.

“Devi pregare sempre, tesoro mio! Anche se a volte avrai l’impressione che non ci sia nessuno ad ascoltarti… in realtà c’è sempre qualcuno…” gli aveva detto sua nonna pochi mesi prima di morire. Morire… che parola strana! Almeno a lui era suonata strana… che significa morire? Perchè la mamma aveva pianto tanto al funerale della nonna? A lui era venuto da sorridere nel vedere tante facce tristi, tanti vestiti neri, come se la nonna fosse andata in chissà quale brutto posto… ma lui sapeva… sapeva… non sapeva perchè, però ne era certo… lui sapeva che la nonna era andata in un posto bellissimo, pieno di fiori, con tanta luce e tanti bimbi piccolissimi, fatti di luce e di riccioli… che svolazzavano dappertutto ridendo fra loro e facendosi scherzetti! Lui lo sapeva, perchè il giorno dopo il funerale li aveva sognati. Ed aveva sognato di essere in mezzo a loro. Aveva sognato di essere leggero leggero, senza dolori da nessuna parte, senza neanche quella brutta sbucciatura che aveva al ginocchio e che si era fatto correndo e scivolando sulla ghiaia del giardino. Aveva sognato che la nonna lo teneva per mano e lo portava in giro per quei prati di luce, fermandosi ogni volta che incontrava qualcuno e dicendo loro: “questo, vedete? questo è il mio nipotino!” e lo diceva con l’aria tutta soddisfatta… com’era bella nel sogno la sua nonnina! Non aveva quelle brutte ombre scure sotto gli occhi e respirava benissimo! Non aveva febbre… e le aveva detto che in quel posto nessuno mai si ammalava perchè le malattie non esistevano! Ecco perchè lui era così sicuro che la nonna era in un bel posto… aveva provato a dirlo alla mamma, quando la mattina dopo l’aveva vista triste, con gli occhi rossi… ma lei invece di essere felice e di sorridere l’aveva abbracciato forte forte ed era scoppiata a piangere! Lui era stato triste tutto il giorno…

“Ti prego Gesù, fammi sognare di nuovo la nonna… anzi, no! Manda la nonna in sogno dalla mia mamma che è tanto triste e dì alla nonna di portare a spasso anche lei come ha fatto con me…”. Si fece il segno della croce e si mise sotto le coperte, soddisfatto e sereno.

La mattina dopo, appena ebbe aperto gli occhi, saltò giù dal letto per parlare subito con la sua mamma… scese in cucina.

“Sei già in piedi? Tutto a posto?” gli chiese la sua mamma sorpresa di vederlo dabbasso così presto.

“Si, tutto a posto” disse lui scrutandola in viso. Lei sembrava pensierosa, ma non piangeva. Salì sullo sgabello in attesa di ricevere la colazione, latte e biscotti con un po’ di marmellata… la sua preferita.

“Bevi piano che scotta…” gli disse lei, con il solito tono. Lui continuava a scrutarla, in ansia.

“Beh, che c’è? Perchè mi guardi così? Sbrigati, che fai tardi a scuola…”.

“Mamma, tu sogni mai?” … lei lo guardò meravigliata da una domanda così precisa e così improvvisa.

“Qualche volta… perchè?”

“No, niente” … rispose lui con il tono di chi, al contrario, ha molto da dire.

“Ora non c’è tempo per parlare, tesoro mio! su sbrigati..”. Lui obbedì senza replicare. Non voleva farla inquietare.

Uscirono, lei lo accompagnò a scuola ed andò al lavoro, come tutte le mattine.

All’uscita di scuola era lì, ad aspettare il suo cucciolo. Ma che strana domanda… chissà cosa passava per la testa del suo bambino… forse aveva fatto male a portarlo al funerale, forse avrebbe dovuto lasciarlo da sua cognata. Un bambino così piccolo può rimanere scosso da un lutto? Si chiedeva e intanto scrutava la folla di piccole teste alla ricerca di quella tanto amata. Ne avrebbe parlato con il parroco… si, aveva bisogno di parlarne con qualcuno. Da quando lei ed il padre del piccolo si erano separati era andato tutto così in fretta! Il bambino stava crescendo e a lei sembrava di perdere dei pezzi importanti della sua vita… aveva dovuto trovare un lavoro per poter andare avanti, ma prima di allora al bambino aveva sempre pensato lei… alla sua educazione ed a tutto il resto… non l’aveva mai lasciato solo un attimo. Ora invece era costretta a ricorrere spesso alle amiche per lasciarlo da loro quando il suo lavoro lo richiedeva. Fino a quando sua madre era stata in salute aveva tenuto lei il piccolo… ma ora… come farà da sola? Ricacciò in gola le lacrime. Non voleva farsi vedere piangere ma più dal suo piccolino.

“Ciao mamma!” strillò il ragazzino correndole incontro. Lei sorrise e lo abbracciò, poi lo prese per mano ed insieme tornarono a casa.

“Sai, oggi la maestra ci ha parlato di una cosa bellissima … ci ha parlato degli Angeli Custodi!” disse il bimbo con enfasi ed un sorriso estatico.

“Uh, che bello! Gli Angeli Custodi! Bella lezione, allora…” disse sua madre mentre ispezionava il giubbotto del bambino diventato oramai troppo corto. Dovrò comprarne un altro… pensava, mentre camminavano verso casa.

“Mamma, lo sapevi tu che le persone quando muoiono vanno in Cielo e diventano Angeli?” disse lui con l’aria seria seria.

“Ah si? No, non lo sapevo…” cominciava a tirar vento… si fermarono e lei gli accostò il collo del giubbino per non fargli prender freddo.

“Si.. lo ha detto la maestra.” disse il bimbo seguendo con gli occhi ogni gesto della madre.

Lei non rispose. Aveva ancora la sensazione che suo figlio volesse comunicarle qualcosa, ma immediatamente la scacciò come si scaccia una mosca dalla fronte.

Arrivarono a casa e lui andò a lavarsi le mani mentre lei si preparava un caffè, tirando fuori i libri del piccolo per dargli i compiti da fare. Che fortuna aver trovato posto al doposcuola! Non avrebbe saputo come fare, altrimenti.

Aprì il quaderno per leggere i compiti per il giorno dopo e vide una cosa che la commosse… su una pagina c’era un disegno di suo figlio, il tratto incerto, abbozzato… vicino c’era scritto: “Il mio Angelo Custode è la mia nonna” … era stata scritta dalla maestra, ma sicuramente era stata suggerita da lui. Nel mentre il piccolo era tornato in cucina e sorrideva guardando la mamma che ammirava il suo disegno.

“Ti piace? Quella è la nonna, vedi? Ha la collana che le abbiamo regalato per Natale!” indicò con il ditino un segno azzurro che tagliava a metà il collo di una figura incomprensibile, ma che per lui era la sua nonna.

Lei combatteva contro la voglia di piangere, e si girò improvvisamente per andare a spegnere il fuoco sotto la caffettiera.

“Non piangere mamma… sai, ieri notte ho sognato la nonna… sta bene, ha detto che non devi stare male per lei, perchè lei è felice e ci è sempre vicino, non ci lascerà mai…”

“Ora ho capito perchè mi hai fatto quella strana domanda stamattina…” disse lei sorridendo fra le lacrime, ma con il cuore gonfio di tenerezza e di gratitudine verso il suo piccino che le aveva donato quelle belle parole di speranza.

“Si, e ieri sera avevo pregato Gesù che ti mandasse in sogno la nonna, così consola anche te” confessò lui guardando la mamma con aria interrogativa, cercando di leggere sul suo viso la risposta alla domanda che gli ronzava in testa dalla mattina.

Quella sera andò a dormire con l’animo sereno.

“Forse tutto sommato gli Angeli Custodi esistono davvero”… pensò, mentre piano piano scivolava nel sonno.

Quella notte sognò sua madre. La guardava, radiosa, ed in mano teneva un rametto dal quale spuntava un germoglio verde… e le diceva delle parole di cui non riuscì a comprendere subito il senso… le disse: “Guarda questo germoglio… è verde… c’è linfa… non abbandonarlo mai. E’ la tua speranza di rinascita”.

E finalmente smise di piangere.

 

L’inferno nel cuore

Ci sono persone che vivono continuamente in uno stato di tormento interiore. Non riescono a vedere il cielo oltre le nubi temporalesche e cercano di convincere anche gli altri che l’azzurro non esista. Sono persone tristi, sfiduciate, private di quel dono speciale che si chiama misericordia.

Queste persone sono molte di più di quante non vorremmo contarne e non è difficile riconoscerle: non sanno sorridere. Sono le stesse persone che spesso non rispondono al nostro saluto quando le incontriamo, che si arrabbiano per un nonnulla o che vedono come affronto personale ogni mancanza del loro prossimo.

Saremmo portati a pensare che siano i famosi “caporali” di cui parla Totò, gli eterni carnefici, ed invece sono loro le vittime, perchè chi non vive nell’ottica della misericordia e della carità non può definirsi vivente. Semplicemente esiste, respira, si riproduce… ma non vive.

Alcuni di loro, purtroppo, non solo non fanno nulla per migliorare la loro condizione spirituale ma vorrebbero anche convincersi (e convincere) che il loro modo di vedere il mondo sia l’unico possibile. Non comprendono che non è ritenendosi migliori degli altri che riusciranno a scacciare l’inferno dal loro cuore, bensì il contrario: solo l’umiltà può guarire un cuore avvelenato.
La storiella dell’alto ufficiale può chiarire il concetto.

C’era una volta un uomo piccolo di statura, sempre livido e insoddisfatto, ma con una grande ambizione: voleva mostrare agli altri che anche un uomo piccolo come lui avrebbe costretto uomini molto più alti ad abbassare la testa al suo passaggio. Fu così che decise di diventare ufficiale e di tendere alle più alte cariche dell’Arma.

Passarono anni ed anni ed il piccolo uomo era diventato sempre più livido ed ambizioso. Aveva ottenuto onorificenze e riconoscimenti – spesso a suon di colpi bassi – ma non era mai soddisfatto. Il peso degli anni e del suo livore lo avevano accorciato ancora di più e lui ancora di più si convinceva che il suo potere avrebbe aggiunto statura a quella che gli mancava.

Un giorno, in occasione di un grande evento di rilevanza internazionale, volle presentarsi in pubblico in alta uniforme, affinchè durante la parata tutti gli uomini presenti abbassassero gli occhi in segno di timoroso rispetto. Indossò tutte le onorificenze di cui era stato insignito fino a quel giorno ed erano talmente tante e talmente pesanti che il piccolo uomo faceva fatica persino a camminare. Non volle rinunciare nemmeno a portare al fianco la sua spada con l’elsa d’oro che già da sola pesava quasi quanto lui. Il risultato fu che la sua andatura, già poco elegante per via della statura, era notevolmente goffa. Ma non ci badò e, ubriaco di tanti onori ricevuti, andò deciso incontro alla gloria.

Appena sceso dalla lussuosissima automobile che l’aveva condotto fino al palazzo presidenziale, però, si rese conto che avrebbe con difficoltà compiuto tutti i passi che il tappeto rosso della rivista gli obbligavano a fare. Si accorse debolmente in quell’istante che forse sarebbe stato meglio avesse lasciato a casa almeno qualche medaglia, ma non indugiò più di tanto in quel pensiero perchè sarebbe stata una debolezza inedita ed imperdonabile.

Guardò davanti a se’ e vide le più alte cariche dello stato che lo aspettavano, unitamente ad una schiera di ufficiali tutti in alta uniforme, alla sua destra, pronti per la rivista di rito. Alzò il mento, petto in fuori e pancia in dentro si incamminò deciso guardando davanti a se’. Ma proprio in quell’istante … il famoso quid di ogni storia che si rispetti: la guida rossa, sotto i suoi tacchi potenti e decisi, si increspò e lui – già tanto appesantito dagli onori – caracollò miseramente in terra, tra il fragore argentino di tutti i suoi ori, con grande e malcelata ilarità dei presenti tra i quali solo uno si fece incontro a lui per aiutarlo… il suo autista. Nessuno si era mosso per porgergli un solo dito affinchè potesse rialzarsi.

Rosso in volto per la rabbia e la vergogna, ebbe l’istinto di rifiutare la mano dell’autista che questi gli aveva offerto solertemente per rialzarsi, alzò gli occhi furenti in volto all’uomo che però lo guardava senza ironia anzi… con uno sguardo pieno di calore e di amicizia. Eppure lo aveva sempre trattato male, negandogli anche i diritti più basilari. Ma lui, proprio quell’uomo maltrattato, ora gli porgeva aiuto e solidarietà.

La storiella finisce bene perchè il piccolo uomo, da quel giorno, ebbe il cuore guarito dal suo orgoglio e dalla sua ambizione e prese la sana abitudine, alla fine di ogni giornata, di incontrarsi al bar con il suo autista e giocare con lui a carte, divertendosi come un matto.

L’inferno nel cuore può e deve esser vinto, ma l’unica arma possibile è la carità la quale non è mai disgiunta dall’umiltà.

Giu 6, 2009 - Racconti    1 Comment

Ho sognato…

 

 

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Ho sognato che mi svegliavo con la sensazione di aver avuto un bruttissimo incubo… mi svegliavo e guardandomi intorno mi rendevo conto di essere nella mia stanza e che dalle imposte socchiuse filtrava la luce del sole… mi alzavo dal letto e, come ogni mattina, spalancavo le finestre ed aspiravo a pieni polmoni l’aria fresca e limpida.

L’albero davanti alla mia finestra era carico di frutti maturi…andavo in bagno e facevo la doccia… l’acqua era dolce e lieve… usavo un  olio speciale per lavarmi che mi lasciava la pelle liscia e profumata… mi vestivo in fretta con un gran desiderio di uscire…. indossavo pantaloni di juta un po’ pungenti, ma freschissimi.. ed una camiciola di lino bianca… i miei capelli erano lunghi e lucidi e corposi e li pettinavo con un pettine di legno. Non mettevo nulla sul viso, a parte una crema soffice e leggera… mi guardavo nello specchio e mi vedevo giovane e bella nonostante sapessi di aver ormai passato la cinquantina…

Uscivo in strada ed incontravo tante persone… chi passeggiava, chi pedalava in bicicletta, chi ancora in piccoli risciò a pedali con quattro posti e tettoie di tela a strisce tinta con colori vivaci, ma tutti proprio tutti sorridevano e sembravano felici. I bambini ridevano e si rincorrevano fra di loro, i ragazzi si tenevano per mano e si baciavano lievemente, guardandosi negli occhi sorridenti… c’erano moltissimi giardini verdi e pieni di fiori, con alberi di ogni tipo… e fontane di acqua dovunque… nel cielo volavano miriadi di uccellini e l’aria era piena di trilli di ogni tipo… farfalle dai colori sgarganti si posavano sui bellissimi fiori dei giardini e le piccole api dorate – le regine dei fiori – volavano ronzando e indicavano alle compagne i fiori più succulenti… Il sole era caldo eppure piacevolissimo… sulla pelle avvertivo una leggera brezza che accarezzava la peluria delle braccia e la faceva vibrare.

I negozi vendevano le loro mercanzie con molta discrezione… le vetrine erano scarne ma estremamente attraenti. Nulla che non fosse veramente utile… incontravo tante persone che conoscevo, le salutavo e loro salutavamo me con un sorriso ed un cenno della testa. Gli autobus erano silenziosi, passavano sulle strade lastricate di pietra ronzando… si fermavano per lasciar scendere i passeggeri e gli autisti erano rilassati e non andavano mai di fretta.. Tutti erano gentili, nessuno perdeva la pazienza.
Incontravo una persona speciale per me… il mio amico speciale… e lui mi invitava a prendere un caffè… ci sedevamo ad un tavolino di vimini e chiacchieravamo del più e del meno.

“Ho fatto un sogno stranissimo…” gli dicevo… lui mi guardava aspettando il resto del racconto, in silenzio.
“Ho sognato che vivevo in una città molto triste… le persone non si guardavano mai negli occhi e quando le salutavo non rispondevano… i bambini rimanevano chiusi in casa perchè le loro mamme non volevano farli uscire per timore che venissero molestati o peggio rapiti e uccisi… non si poteva camminare liberamente per la strada perchè c’era il rischio di venir investiti dalle automobili – ma quante ce ne erano!!!! centinaia! dappertutto!! – che facevano un rumore infernale e non si fermavano mai neanche di fronte ad una persona che attraversava la strada.. ho sognato che avevo la pelle grigiastra, gli occhi infossati e sembravo molto più vecchia della mia età… i miei capelli erano brutti… secchi e corti… gli occhi sempre arrossati. E non pensavo a te con gioia ma sempre con apprensione… come se invece di essere il mio amore tu fossi stato una specie di nemico!”

Il mio amico speciale sorrise… e continuò a tacere aspettando il resto del racconto.
“Nel mio sogno non c’erano giardini come nella realtà. E i fiori non erano belli come questi… non c’erano farfalle e le api erano quasi tutte scomparse. La gente aveva l’aria molto infelice… e passava tutto il tempo davanti al televisore guardando programmi così sciocchi e inutili! E c’erano messaggi pubblicitari dappertutto e dappertutto vestiti di plastica che non lasciavano respirare la pelle e facevano venire bolle rosse e pruriginose!”

“Ma è un vero incubo!” esclamava alla fine il mio amico speciale ridacchiando…
“Te l’ho detto tante volte che non devi leggere certi libri prima di addormentarti…”
“Ti riferisci alle Profezie di un Mondo Parallelo?”
“Già… quel terribile libro che sta impestando il mondo… ma che gusto ci provate a leggere cose tanto orribili? Per fortuna gli esseri umani non sono come quelli descritti dall’autore… secondo me è un pazzo… “
“Sicuramente lo è… ma sai meglio di me che il Bene dipende dalla volontà… che senza volontà l’essere umano si lascerebbe andare al nulla, alla distruzione…”
“Si, ma non mi sembra il caso di farne un mito. Il Bene è parte dell’essere umano perchè noi siamo fatti di creta ma anche di Spirito Santo. E lo Spirito Santo è più forte della creta. L’Uomo è più forte del Golem”
Il mio amico speciale continuava a fissare l’orizzonte, con un vago sorriso negli occhi.
“E come finisce il tuo sogno? o dovrei dire incubo?”  con un gran sorriso mi invitava a raccontare.
“Mi sono svegliata con la sensazione di trovarmi ancora imprigionata in quella realtà assurda e orribile” …
Guardai il mio amico speciale negli occhi. Gli presi la mano e lui la strinse.
“Basta con le schiocchezze… che ne diresti di andare sulla spiaggia a vedere i gabbiani che attendono i pescherecci?”
“Siiiiiiiiiii!!!!!” esclamavo… scintille di gioia mi illuminavano lo sguardo di vita.

Avevo dimenticato il mio incubo. Sperai che il mio incubo avesse dimenticato il pianeta. Pregai che fosse così.

Mag 23, 2007 - Racconti, Sociale    5 Comments

Storia di una vita

 

“The Color Purple” – Steven Spielberg

«Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è nè sicura, nè conveniente, nè popolare; ma bisogna prenderla, perchè è giusta.»

Martin Luther King

 

Mag 15, 2007 - Racconti    1 Comment

L’incontro (miniracconto)

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“… Improvvisamente venne strappato ai suoi pensieri da una sensazione precisa, come fosse un potente magnete, alle sue spalle, che gli impediva di rimanere lucido e lo costringeva a rallentare il passo, fino a fermarsi … Si voltò, lentamente, cercando qualcosa tra la folla di visi, nel brusio del marciapiede affollato dell’ora di punta, tra gli ombrelli colorati che gli venivano addosso, bagnandogli il cappotto di pioggia gelida. Ad un tratto la vide: non aveva mai visto prima quella donna, eppure la conosceva. Lei era appoggiata languidamente ad una balaustra di ferro, di quelle usate per sostenere i cartelloni pubblicitari. Teneva un quotidiano aperto, noncurante della pioggia che la bagnava, appena, attutita dalla pensilina che forniva riparo ad un gruppetto di persone che attendevano il tram. Era assorta nella lettura del giornale ed ogni tanto passava distrattamente la mano sulla fronte a scacciare una ciocca dei capelli bagnati che le si incollavano sulla fronte candida e spaziosa, gli occhi cerulei incorniciati da folte sopracciglia color ambra aggrottati nella tensione della lettura, il cappello impermeabile a falde larghe, il bavero del cappotto rialzato fino a coprirle le labbra che lui immaginava rosse e piene … Improvvisamente, intorno a lei sembrava essersi aperto un varco verso un altro mondo, come se lei stessa fosse una creatura di un mondo fantastico, una fata o una divinità dei boschi piombata improvvisamente nel ventunesimo secolo. Lui era rimasto immobile, con le labbra schiuse quasi a tentare un nome, uno qualsiasi, pur di chiamarla e strapparla a quell’inutile lettura. Nella sua mente si formò quasi senza volerlo un pensiero nitido, o forse una preghiera: “guardami! guarda da questa parte … sono io, sono qui!”. In modo del tutto assurdo e nemmeno lontanamente ipotizzabile per un uomo razionale e scanzonato come lui, la donna, come rispondendo ad un comando silenzioso ma inevitabile, si voltò verso di lui. I suoi occhi incredibilmente chiari si conficcarono in quelli scuri e increduli di lui, lasciandolo senza fiato. “Oddio, mi sta guardando” pensò, improvvisamente pentito di trovarsi lì in quel momento, in quella vita … Ebbe la tentazione formidabile di scappare il più lontano possibile da lei e da quello che più ardentemente desiderava: dimenticare tutto e tutti e portarla via, su un altro pianeta. Ad un tratto successe quello che lui non aveva osato nemmeno sperare. Lei abbassò il giornale, tenendolo in una mano quasi strusciandolo in terra, mosse due o tre passi titubante, lentamente, verso di lui, poi sempre più decisa, mentre lui, pietrificato dalla sorpresa, non riuscì nemmeno a muovere un dito nè per andarle incontro nè per allontanarsi da lei. Rimase con gli occhi fissi su di lei che piano piano si andava facendo più concreta e più vicina fino a quando non si trovò faccia a faccia con l’Amore. I suoi occhi erano qualcosa di raro, profondi e limpidi, e lo guardavano come se volessero trafiggerlo nell’anima. “Posso offrirti un caffè?” disse lei con una voce dolce e armoniosa come il suono di un campanellino d’argento, poggiando la sua mano sul suo braccio, quasi a volerlo tranquillizzare con il suo contatto. Lui improvvisamente smise di tremare. Fu come tornare a casa. Aveva già dimenticato tutti gli anni della sua vita. Lui era nato quel giorno.”

Mag 14, 2007 - Racconti    2 Comments

Un breve racconto

 3fa7b772959411ae591e222139ce5cc3.jpgUn giorno mi recai in visita ad un vecchio amico di famiglia. Mi meravigliai di trovarlo curvo e più vecchio di ciò che ricordavo essere. Avevo un ricordo di lui – ero poco più di un ragazzo – del tutto differente: lo ricordavo alto e prestante, il suo passo era atletico e sicuro di se’… lui e mio padre erano grandi amici e spesso mio padre ricorreva a lui per qualche consiglio relativo ai suoi affari. Poi a mio padre venne assegnato un incarico in un altra città, distante da quella, e così ci trasferimmo tutti. Ma egli continuava a scrivere al suo amico con regolarità e ci teneva informati sui successi economici che questi otteneva dai suoi affari.

Quando mio padre venne a mancare presi io il suo posto nella relazione epistolare…. e questo per anni anche se le nostre conversazioni su carta avevano un tenore diverso da quello avuto con mio padre.

“Oh, caro … caro Peter!” disse il vecchio venendomi incontro con un sorriso che non aveva perso l’antico smalto.

“Caro Mr. Jefferson… che piacere rivederla!” esclamai io altrettanto sorridente, ma nell’osservare quel suo profondo mutamento temevo che lui potesse accorgersi del mio disagio. Mi fece entrare in casa e fui colto di nuovo dallo stupore. La casa era assai più modesta di quello che mi sarei aspettato visto che mio padre mi aveva sempre parlato di lui come di un uomo assai benestante e amante del lusso. Non che fosse cadente, ma si respirava un’aria insieme di lindore e di dignitosa e raccolta povertà.

“Vieni, vieni figliolo! Posso offrirti una tazza di the? Non dirmi di no… ho un’amica che ogni tanto mi porta uno dei migliori the del Ceylon…” e nel frattempo mi versava il the con un modo di fare meticoloso, da vecchia signora d’altri tempi.

Ci sedemmo sul vecchio divano un po’ logoro ma pulito e spolverato, e incominciammo a rivangare i ricordi. Piano piano l’aria si andava alleggerendo ed io cominciavo a sentirmi rilassato e felice di quelle chiacchiere tra buoni amici. Mi ero tanto rilassato che non potei fare a meno – approfittando di una lunga pausa del mio interlocutore – di formulare una domanda: “Mr. Jefferson … mi perdonerà … spero … della domanda che sto per farle …” dissi un po’ titubante. Il vecchio alzò lo sguardo azzurro su di me con tale dolcezza che non ebbi timore di proseguire e fece un gesto d’incoraggiamento, e con la mano mi invitò ad andare avanti. “Sa, mio padre mi ha sempre parlato di lei come di un uomo molto benestante… è successo forse qualcosa che non so? Ha bisogno di aiuto? Non si faccia scrupoli, è talmente tanta l’amicizia che mio padre aveva per lei che mi sentirei onorato di poterla aiutare…” . Lui posò la tazza ed il piattino sul basso tavolo di fronte a noi e per niente offeso o meravigliato si accomodò meglio sulla poltrona e iniziò a parlare, a narrare anzi, con un tono quasi assente, come di qualcuno che rincorre un passato talmente remoto da rendere difficile il ricordo …

“Quando io e tuo padre eravamo giovani credevamo di avere il mondo fra le mani… è una sensazione che i giovani conoscono bene… credevamo che la volontà ci avrebbe permesso di realizzare tutti i nostri sogni. E per un po’ fu così… poi con l’età crebbero anche le responsabilità. Entrambi ci sposammo ed avemmo figli ed entrambi in un qualche modo smettemmo di credere nei sogni e preferimmo concentrarci sull’avvenire dei nostri figli. Poi, come sai, io persi mio figlio in Vietnam e la mia Beth se ne andò qualche anno dopo … ora mi è rimasta solo Gillian, ma vive lontano da qui e non viene quasi mai a trovarmi… mia figlia è molto … molto impegnata” . Disse queste ultime parole con una leggera, dolce amarezza ed io mi sentii improvvisamente solidale con quell’uomo che stava svelando a me la sua anima. Poi continuò a narrare. “Ci sono stati momenti in cui avrei voluto morire… avrei voluto addormentarmi e non svegliarmi più. Per me perdere Charles è stato un colpo terribile. Avevo fatto molti progetti su di lui. Gli avrei lasciato la mia impresa e lui l’avrebbe lasciata un giorno a suo figlio ed al figlio di suo figlio …. ma non è stato così…”

Seguì una pausa durante la quale non fui sicuro ma credetti di vedere una lacrima scorrere sulla sua guancia rugosa. Per fortuna il sole era tramontato e nella luce crepuscolare le lacrime si nascondono molto bene.

“Poi, quando mi ero appena sollevato dal dolore per la morte di Charles – e ci ero riuscito buttandomi a capofitto nell’impresa, facendo affari con chiunque e per pochi dollari – Beth seppe di essere gravemente malata. Fu un altro colpo. Le sono stato vicino fino al momento in cui se ne è andata. Pochi mesi dopo aver saputo di avere il cancro. Gillian era già lontana ed aspettava il suo primo figlio. Non ebbe molte occasioni di starmi vicina. Mi chiamava ogni giorno per sapere come stavo ma non era la stessa cosa che averla accanto a me.” Il tono della sua voce era diventato più sereno, quasi distaccato, come se stesse raccontando non della sua vita ma di quella di qualche personaggio distante. A quel punto volli interromperlo.

“Veramente … deve essere stato terribile … strano che mio padre non me ne parlasse mai… eppure mi diceva che vi sentivate spesso!”

“Tuo padre non voleva turbarti con queste storie tristi, evidentemente…”

Si alzò aiutandosi con il bastone per andare ad accendere una lampada sul mobile di fronte. Poi tirò fuori il suo orologio dal taschino e si sedette di nuovo sulla poltrona.

“E poi che successe?” incalzai io, curioso di sapere come mai da ricco che era si era ridotto a vivere in quel modo.

“Poi successe un miracolo…” disse sorridendomi. Io non credevo alle mie orecchie “Miracolo? di che genere?” non ero ben certo di aver afferrato il senso del termine miracolo.

“Avevo appena seppellito Beth ed è inutile che ti dica in che stato d’animo mi trovassi. Decisi di liberarmi del mio denaro e vendetti la mia impresa … Dio mi perdoni, avevo pensato a darmi la morte … nonostante tu sai bene che io sia credente e che aborro l’idea del suicidio. Ma una notte successe qualcosa.

Dormivo profondamente dopo aver preso un sonnifero, ma non so spiegarmi come ad un certo punto mi svegliai di soprassalto. Con gli occhi ancora incollati detti un’occhiata all’orologio sul comodino: segnava le tre del mattino. Piano piano il buio lasciava il posto al contorno dei mobili, al ritratto di Beth sul comò … ero talmente attanagliato dal dolore della perdita di Beth che non riuscivo neanche a piangere. Ero veramente disperato e solo e improvvisamente nel mio animo si mosse qualcosa. Pregai. La mia mente andava sgranando le parole di una preghiera muta come le dita sgranano le perle di un Rosario… non ricordo neanche le parole di quella preghiera, ma mi rendevo conto che piano piano la morsa si allentava, il cuore si ammorbidiva ed io finalmente scoppiai in un pianto dirotto come non avevo mai fatto da quando ero bambino. Tra le lacrime rividi i miei giorni felici con mio figlio e mia moglie, con mia figlia ancora bambina che mi tendeva la mano per attraversare la strada. E mentre piangevo di quel pianto disperato e insieme dolce e liberatorio sentii una voce dentro di me che diceva: “queste sono le lacrime della tua Resurrezione, figlio. Quando le avrai piante tutte tu avrai trovato Me”.

Non osai interromperlo, tanto era la profondità del modo con cui raccontava questi fatti. Pensai che fosse un poco fuori di testa, del resto con tutti i dolori che aveva patito non sarebbe stato poi così strano …. ma qualcosa nel suo modo di guardare e di parlare mi convinceva che non solo non era impazzito, ma che era arrivato a capire qualcosa che io non capivo ancora.

“Da quel giorno piano piano ritrovai non solo la fede in Dio ma anche nella vita. Capii che la morte non può nulla sugli affetti più cari perchè fino a quando una persona sarà nel nostro cuore e nella nostra mente non morirà mai. E un’altra cosa ancora ho capito: noi cerchiamo Dio ovunque, lo cerchiamo nelle nostre Chiese, nei templi Buddisti, in quelli Islamici e in quelli Ebraici … cerchiamo Dio sempre e comunque al di fuori di noi e ci lamentiamo se le cose vanno come vanno perchè ci aspettiamo un segno tangibile della Sua presenza, qualcosa che sconvolga le nostre vite e ci convinca che Lui è qui con noi … ma cosa c’è di più sconvolgente di una Voce che dal profondo del tuo Essere ti dice: “Eccomi, io sono qui, sono con te… quando avrai pianto tutte le tue lacrime allora e solo allora saprai della Mia Presenza nella tua vita” ? E mentre diceva queste parole mi guardò con quello sguardo luminoso e azzurro ed io capii immediatamente che … si, Dio lo aveva visitato e sarebbe stato vicino a lui sino alla fine dei Tempi.