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E’ finita un’epoca

E’ da tanto che non scrivo… non ho avuto né molta voglia, né molto tempo. Peccato.

Ho deciso di chiudere definitivamente questo spazio (non credo che mancherà a qualcuno) perchè la scorsa settimana, esattamente il 5 ottobre, il mio micio Chicco è volato via… fulminato da un attacco cardiaco. Non è infrequente nei gatti questo tipo di morte… ma dopo 11 anni di convivenza con una bestiola, diventa come uno di casa. Un piccolo amico onnipresente, miagolante, tiepido e giocherellone. Per chi vive solo come me è una grande compagnia. Ed ora non c’è più.

Ho deciso di chiudere il blog, dicevo. Non ha più senso… dovrei titolarlo Io e il PC ma sarebbe troppo riduttivo. Preferisco aprire la gabbietta e lasciare che le parole, come uccellini per troppo tempo tenuti chiusi, spicchino il volo e spariscano piano piano nel blu del cielo. Come il mio Chicco.

Chicco sdraiato

Lug 13, 2014 - Sentimenti, sfoghi, Sociale    No Comments

Vergogna

 

Fino a che punto è lecito esprimere il proprio parere? Anzi, mi correggo: fino a che punto è lecito usare qualsiasi termine di espressione per dire ciò che si pensa?
Perchè ho modo spesso – soprattutto scorrendo le pagine dei social network – di incappare in frasi che mi fanno accapponare la pelle…
“Appicchiamoli tutti al muro!”, “Bisogna ammazzarli tutti!”, “Che gli venga un cancro!”
e queste sono quelle più “signorili”.

Mi vergogno profondamente di leggere cose come queste.
Mi deprime anche rendermi conto di quanta invidia ci sia in giro. Gente che non avendo ciò che desidera e non riuscendo ad averlo augura con tutto il cuore a chi invece ce l’ha di perdere tutto, come se la rovina di uno potesse rappresentare la gioia di qualcun altro. Invidia, solo invidia. Non c’è senso di giustizia, nè altro che possa far pensare anche solo lontanamente ad un pareggio di conti.

Trovo che sia vergognoso e disgustoso comportarsi in questo modo. E trovo che se si arriva a tanto vuol dire che non si è mai capita la differenza tra essere ed avere, ed è forse questa la cosa più triste.

Molte (troppe) persone credono che avere sia sinonimo di essere e non hanno capito che si possiede qualcosa solo dopo esser stati qualcosa e non il contrario ma se cerchi di parlarne con loro ti trattano come se avessi la peste. Allora sapete cosa vi dico? Affogate pure nella vostra invidia… tanto quella meritate e niente di più.

 

Maria, Regina Pacis

Maria si è definita, in una delle Sue apparizioni ai veggenti di Madjugorje, “Regina della Pace”…
La parola Pace è la più bistrattata, insieme alla parola “amore” ed alla parola “comprensione”… vorrei riflettere, insieme a voi, sul motivo per cui la Vergine insiste, nei Suoi Messaggi all’Umanità, a mettere al primo posto la Pace.
Cos’è che distingue Maria dalle altre donne? Cos’è che la rende unica? Non credo che dipenda solo dall’essere stata scelta da Dio per diventare Madre del Dio Vivente. Maria – secondo me – era già stata scelta dalla Sua stessa Natura. Maria era una Creatura Obbediente. E come tale, era una Creatura di Pace.

Infatti, non può esserci Pace laddove c’è sempre qualcosa che si agita e che si oppone… Non può esserci Pace se non c’è obbedienza…. La Pace è l’assenza di conflitto. L’Obbedienza a Dio scaturisce dalla profonda comprensione della Sua Verità. Non è il risultato di una coercizione, bensì l’accettazione della Verità come ultima istanza dell’anima che cerca la sua destinazione.

Maria era una Creatura Obbediente. Contrariamente ad Eva, Madre Terrena dell’Umanità (la quale disattende la Volontà Divina), Maria in quanto Madre Celeste dell’Umanità accoglie la Parola di Dio e la Conserva nel Ventre fino a dare alla Luce il Cristo. Riscatta il peccato Originale con un semplice “Ecco la Serva del Signore”.

Simbolicamente, laddove Cristo riscatta il peccato originale commesso da Adamo, mondando quindi l’intera Umanità con il Suo Prezioso Sacrificio, Maria riscatta la stirpe di Eva portando alle donne di tutte i tempi un messaggio di Pace, il valore della Pace che può estrinsecarsi solo nell’Obbedienza alla Volontà Divina, all’accettazione della Sua Verità.
Ognuno di noi nella propria vita può sperimentare la Pace che scaturisce dall’assenza di conflitto. Persino un’opera laica come quella della psicoanalisi comprende quanto sia importante l’assenza di conflitti per operare la guarigione, anche se con motivazioni ed esemplificazioni che a volte si distaccano dalla Verità Divina.

Quando siamo preda dei conflitti, ogni parte di noi è in lite con l’altra… e nessuna di esse riesce a trovare un punto di incontro. Soffriamo perciò dell’esistenza di conflitto interiore e questo si riverbera sulla nostra vita di relazione, sul nostro sistema neurovegetativo e persino sui ritmi del nostro sonno. Stiamo male. E spesso non sappiamo perchè.
Sul piano dell’anima, il conflitto scaturisce dalla difficoltà di conciliare la vita terrena – con le sue richieste e le sue intemperanze – con quella ultraterrena, alla quale l’anima naturalmente tende. Più una creatura umana che vive nel mondo ed opera in esso, con tutte le contraddizioni che questo comporta, anela alla Vita Celeste più il conflitto sarà vivo e doloroso. Se per alcuni il conflitto è fonte di malessere che però viene contenuto tramite la capacità di introspezione e di analisi, per altri diviene il pretesto per dare voce all’insoddisfazione, proiettando all’esterno le frustrazioni ed il dolore irrisolto. Ecco che l’individuo diventa amaro, scontroso, egoista, intollerante, sordo a qualsiasi sollecitazione provenga dall’anima. La coscienza viene messa a tacere con tutte le sue istanze, ivi compresa quella che sola potrebbe darci pace e cioè… Obbiedienza. Obbedienza alla Parola di Dio, al Suo invito ad amare o, perlomeno, a provare ad amare.

Questo stato di amarezza, portato e sopportato per lungo tempo, può rendere un individuo cieco e sordo. Un Golem, un essere fatto di creta che ha perso l’originario Spirito Divino. Un uomo di terracotta. Vive come racchiuso in una gabbia di filo spinato, ogni cosa che non lo riguardi strettamente o non riguardi la sua cerchia più stretta cessa di avere valore. L’unica cosa che conta è l’Io con i suoi bisogni. L’altro non esiste più, o meglio diventa un peso, una limitazione alla propria libertà di azione.

Ultimamente ho avuto occasione – nell’ambito del mio lavoro di segretaria legale – di osservare frequenti litigi fra consanguinei per questioni di eredità. Non c’è cosa più dolorosa, per chi ha Fede in Dio e per chi crede nel valore della fratellanza, che assistere ad una lite fra fratelli per questioni di soldi, liti che troppo spesso finiscono davanti al Giudice. E se quant’anche si avesse ragione? Si finirebbe con l’aver riconosciuto – forse – un proprio diritto, ma si perderebbe per sempre un fratello.

Ecco, questa è la scaturigine della guerra. L’inizio di tutte le carestie. Un uomo che accusa suo fratello.
La Verità Divina ci spinge oltre, oltre il diritto soggettivo, oltre la legge degli uomini, oltre il bene materiale. Oltre il nostro stesso bene. Ci spinge verso l’Amore, verso la Pace, verso Maria.

Che grande lezione che ha dato Maria a tutta l’Umanità… ma le Sue parole troppo spesso vengono trascurate… le Sue preghiere ignorate, i Suoi appelli respinti. Non dobbiamo aver paura di Amare… l’Amore è la sola vera grande potenza mondiale. Tutte le altre sono destinate miseramente alla morte.

Incomprensioni

 

Se c’è volontà di capirsi – e la volontà vince ogni ostacolo – ci si capisce comunque…non serve a nulla parlare e tentare di comunicare se poi non si è coscienti del fatto che l’altro è una entità diversa da noi, che sente in altri modi e vive una vita diversa dalla nostra.Io credo che spesso ci incagliamo nello scoglio dell’incomprensione perchè facciamo difficoltà a capire che l’altro è qualcosa di diverso rispetto a noi ed a quello che noi pensiamo che sia.Quando si parla di comunicazione disattesa si parla – credo – di aspettative deluse. In fondo, non ci colpisce particolarmente che un estraneo non comprenda il nostro punto di vista, mentre invece ci crea dispiacere che a non capirci sia una persona che stimiamo ed amiamo.Quando occasionalmente mi trovo a discutere con persone a cui voglio bene ma che – per un motivo o per l’altro – non sono d’accordo con me, da una parte mi sento incompresa e continuo a difendere le mie idee pur sapendo che questo può rendermi impopolare… dall’altra cerco di trovare una mediazione tra la mia posizione e la sua, ma il più delle volte non ci riesco. Solo in ultima analisi faccio autocritica.


Una volta, tanti tanti anni fa, un’amica mi rimproverò di non avere (all’epoca) idee precise, di non saper prendere posizione durante una qualsiasi discussione… mi accusò di qualunquismo. Io ci rimasi talmente male che questa malessere mi rimase appiccicato addosso per anni ed anni. Anche ora (e sono passati più di trent’anni) che non frequento più quella persona, che sono maturata e ho fatto esperienze talmente dolorose da convincermi che le opinioni passano come tutto il resto… anche ora non riesco ad esprimere un pensiero senza chiedermi prima se è veramente il mio pensiero oppure se sto cercando di favorire chi ho di fronte, se ho il coraggio di ciò che credo e che penso oppure se temo talmente di pormi in contrapposizione con gli altri che non oso essere esplicita nelle mie affermazioni…

 

Nemica di me stessa

 

Una volta un mio saggio amico mi disse che nella vita avrei avuto molti nemici da combattere, primo fra tutti me stessa. Che sarebbe stato difficile rendermi conto che a volte quello che dicevo veniva male interpretato, facendomi apparire in una luce negativa. Che non sempre quello che pensiamo di noi ci aiuta veramente a farci strada nella vita.
A distanza di più di venti anni so che il mio saggio amico aveva ragione e so anche che se non mi avesse mai detto quelle parole forse non mi sarei mai accorta in tempo di quante volte stavo per farmi del male da sola.

Quella parola poco riflettuta, quella scelta avventata, tutte quelle persone che “credevo” fossero amiche e invece no, mi stavano solo sfruttando, sfruttavano la mia ingenuità per interesse… eppure, sempre mi sono ravveduta tardi… ma non troppo.
Spesso ci rendiamo impopolari perchè sappiamo dire NO a determinate questioni. Eppure dobbiamo capire che avere stima di se’ comporta proprio riuscire a dire di no quando è il momento. Personalmente, in passato mi sono concessa con troppa facilità. Avevo timore di rendermi antipatica se mi sottraevo a questa o a quell’altra compagnia, a quella comitiva piuttosto che a quell’altra. E così facendo nutrivo solo il narcisistico bisogno altrui di avere potere su di me.
E così ogni tanto mi tornavano in mente le parole del mio saggio amico: “la prima persona che devi temere sei proprio tu”…

 

Giu 24, 2014 - opinioni, Sentimenti    No Comments

Leggere e scrivere

 

Io credo che ogni età della vita, con tutte le sue fasi, abbia un libro che la rappresenta e la contraddistingue… Un libro in particolare mi è rimasto nel cuore: “Lo Straniero”, da non confondere con il romanzo di Albert Camus (che non ho letto e comunque l’ho cercato nelle librerie ma non credo che esista più neanche nel mondo dei ricordi – in fondo parlo di una pubblicazione di oltre quaranta anni fa).

Questo libro parlava di un adolescente girovago che, ferito, veniva trovato da una ragazzina… la quale si prendeva cura di lui, cercando di vincere la sua ritrosia, la diffidenza, il dolore di non potersi fidare di nessuno e la consapevolezza di essere solo al mondo. Una storia delicata di sentimenti puliti (come solo quarant’anni fa erano), senza morbosità, senza ostentazioni.

Per me ragazzina quel romanzo rappresentava l’iniziazione in un mondo dove i sentimenti erano più importanti e più forti di quelli che i libri per signorine stile “telefoni bianchi” descrivevano. Provenendo da una famiglia modestissima ma di cultura borghese, non avevo certo accesso a libri che descrivevano la vita così com’era. A me era concesso leggere solo “Piccole Donne” e semmai “Piccole Donne crescono”…
Il “fosso letterario” lo saltai con “Lo Straniero” e, qualche tempo più tardi, con i romanzi delle sorelle Bronte, Emily e Charlotte: “Cime Tempestose” e “Jane Eyre”… con “Cime Tempestose” entrai nel mondo fantastico e terribile della passione amorosa. A quattordici anni intuivo che i sentimenti potevano andare ben oltre il batticuore e il rossore adolescenziale…

Ho dei ricordi splendidi di quelle ore passate a leggere i miei romanzi preferiti… quando finivo un libro mi sentivo sempre “orfana”, sentivo che una porta si chiudeva sul mio cuore ed io tornavo alla vita incolore di ogni giorno… e per riempire questi vuoti, quando le mie tasche non mi consentivano di comprare libri nuovi, cominciai a scrivere per mio conto… avventure fantastiche, passioni improbabili (sempre molto caste comunque) e piene di suspense… ma che mi trasportavano in un mondo favoloso. Ora che ci penso… cominciai a scrivere a quattordici anni… e non ho più smesso.

 

Giu 23, 2014 - opinioni, Sentimenti, Sociale    No Comments

Vivere fuori dagli schemi

Personalmente, credo che facciamo sempre più fatica ad esistere al di fuori degli schemi… in fondo, lo schema ci tranquillizza e, in un qualche modo, ci deresponsabilizza.

Vivere fuori dagli schemi non è sempre vivere senza regole… anzi… chi vive fuori dagli schemi ha un senso innato delle regole, proprio perchè manca del supporto disciplinante del gruppo (nota bene, dico “gruppo” e non branco perchè il branco è la degenerazione sociale del gruppo che in se’ ha una valenza positiva) e per poter continuare a vivere nel mondo necessita delle regole del vivere comune.

Quando parlo di schemi intendo essenzialmente quelle strutture psicologiche che hanno il compito di “proteggerci” dal confronto diretto con noi stessi. Quando ci si aggrega ad una comunità (di qualsiasi genere essa sia) si rinuncia alla propria individualità per far spazio alla legge di quel gruppo. Si adotta un certo modo di parlare, di vivere, di trascorrere il tempo. Non si è più padroni del proprio modo di essere, ma lo si deve sacrificare alla legge della comunità. Spesso non ci si rende neanche conto di questo. Eppure, questa rinuncia ci soddisfa, in un qualche modo ci pacifica. Non siamo piu noi, unici, irripetibili. Siamo parte di un gruppo, e questo far parte di un gruppo ci legittima, ci rende noti. Chi vive fuori dal gruppo è mal visto o, peggio, è visto come una minaccia all’unità del gruppo stesso. Quindi, chi vive ai margini del gruppo non è solo un individuo che ha fatto una scelta diversa, ma è il nemico da combattere, è colui che con la propria individualità mette in crisi le dinamiche del gruppo.

L’idea di far parte di un gruppo mi ha sempre perplessa… quando entro in relazione con l’altro non mi chiedo mai di che gruppo, religione, partito politico, classe sociale faccia parte. La prima domanda che mi pongo è: cosa ha da dire questa persona? Quali solo le sue esperienze? Come è arrivata a fare determinate scelte? E baso il mio interesse su queste cose. Anche se poi è innegabile il fatto che ognuno di noi è attratto da cose diverse e sicuramente fa parte di un gruppo che rispecchia i suoi gusti e le sue tendenze. Ma non me la sento di giudicare una persona dal gruppo che frequenta. Trovo sia fuorviante. Così come non sono convinta che tutti coloro che vanno a Messa la domenica siano buoni Cristiani. O che tutti i magistrati abbiano innato il senso della giustizia. 

La provocazione è: vivere fuori dagli schemi è veramente qualcosa di sconveniente? E soprattutto: chi ha detto che vivere fuori dagli schemi significhi non avere regole?

Giu 23, 2014 - opinioni, Sentimenti, Sociale    No Comments

Siamo donne

 

La nostra dignità di donne non sta nella libertà di esprimerci come gli uomini, bensì nel valorizzare le nostre differenze. Questo non significa che dobbiamo chinare la testa di fronte al potere maschile, ma semplicemente lottare per affermarci nei nostri valori peculiari che non sono, come facilmente l’ironia maschile suggerisce, “cucinare la parmigiana in modo eccelso” oppure educare i figli al meglio… questi sono compiti che fanno parte sia dell’universo maschile che di quello femminile… non cadiamo noi stesse nella banalità.

L’uomo ha bisogno di noi, del nostro universo psichico, perchè  siamo da sempre portatrici di pace, di dolcezza, di Amore, di fantasia, di armonia, di ordine, di comprensione, di pietas, di tutte quelle forme di sensibilità che nutrono la vita di un uomo, che permettono agli uomini di sopravvivere alla loro stessa brutalità, di non morire interiormente. Quindi lottiamo, ma senza utilizzare le armi maschili perchè – e purtroppo la cronaca sta dando ragione a questa tendenza – voler “scimmiottare” gli uomini porta solo ad una competizione esasperata che troppo spesso sfocia nella totale oggettivizzazione della persona femminile.

 

Giu 23, 2014 - opinioni, Sentimenti    No Comments

L’Amore e la Fede

Nel film “Contact” (Jodie Foster – Matthew McConaughey regia Robert Zemeckis 1997) la protagonista è una scienziata, di convinzione atea, impegnata nella ricerca di una vita intelligente oltre il sistema solare. Conosce un sacerdote “sopralerighe” che non veste la tonaca, non ha dato voto di castità ma svolge il suo compito evangelico con passione e intelligenza. Si innamora della scienziata e spesso argomenta con lei in questioni teologiche. Lei, da brava atea, cerca di buttare giù le convinzioni di lui, lui ci mette tanto amore nel rispondere a tono a tutte le obiezioni.

Durante un ricevimento in onore della scoperta di un messaggio E.T., i due si ritrovano e ovviamente discutono – con ironia lei, pazientemente lui – sull’esistenza o no di Dio. Ad un certo punto, forse a corto di argomentazioni all’altezza della Fede del suo interlocutore, lei esclama una frase tipo (non ricordo esattamente parola per parola, ma cercherò di rendere come meglio posso il dialogo – memoria permettendo…): “ma insomma, vorresti dirmi che non c’è una prova valida dell’esistenza di Dio e comunque io devo credere alla Sua esistenza? E se Dio semplicemente non esistesse? Se la risposta alla domanda fosse esattamente questa? Che Dio non esiste ma siamo noi ad averlo creato? Io non posso credere all’esistenza di qualcosa di cui non ho la prova…” .. Lui sembra rifletterci sopra, poi – con una semplicità impressionante – le chiede: “Tu.. volevi bene a tuo padre? (si parla del padre scomparso quando lei aveva dieci anni)” e lei risponde “ma, si! certo!!” un po’ spazientita da quella domanda… e lui incalza “e lui… ti voleva bene?” … “si, certo… credo proprio di si!” e lo guarda un po’ sospettosa, non comprendendo bene dove voglia arrivare…  e lui: “Bene, allora provamelo”.

Inutile dire che lei rimane senza parole.

 

Ecco, questo secondo me significa aver Fede. Non c’è bisogno di prove quando si parla di Amore. L’Amore si sente. Va solo compreso…

Ho creduto…

Sono vecchia. Sono vecchia non perchè abbia gli anni che ho – che per la verità non sono moltissimi ma vissuti sicuramente come se fossero molti di più…

Sono vecchia perchè non avevo capito che al mondo non ci si sta per imparare … ma per servire a qualcosa … e a qualcuno.

Faccio parte di un altra generazione, io. Di quella generazione che era convinta che bastasse credere fermamente in qualcosa – un’idea, una persona, un valore – per superare tutte le miserie umane. Di quella generazione che vedeva nell’altro non solo il corrispettivo esterno a noi ma anche la nostra possibilità di rinascita. 

Ho creduto in valori come la buona educazione, la dolcezza del carattere, la mitezza… ho creduto (e credo ancora e mai nessuno al mondo potrà farmi rinnegare questo) nel Vangelo e negli insegnamenti di Gesù, nel Suo modo di insegnare la Vita …ho creduto che non fosse necessario alzare la voce per essere rispettato. Ho creduto che la libertà personale fosse sacra a patto che non andasse a ledere quella altrui. Ho creduto nella forza della Verità intesa non come rivelazione sensazionalistica bensì come capacità di portare la luce laddove ci fosse oscurità. La Verità come stile di vita, ma che non dovesse nè ferire nè mortificare nessuno. Si può essere sinceri in molti modi… anche facendo del male si può essere sinceri. Ma ad ogni cosa c’è e deve esserci un limite, anche alla verità. Ho sempre creduto che dire frasi del genere “sai cara ho visto tuo marito baciare un’altra donna” fosse una vigliaccata inesorabile. Eppure, ci sono persone pronte a giurare che questi siano comportamenti giusti e veritieri. 

Non è questo il tipo di Verità che salverà il mondo. La prima Verità che dobbiamo cercare è dentro noi stessi. Non puntiamo mai il dito contro qualcun altro se prima non abbiamo fatto un attento esame di noi. Se e solo quando ci scopriremo immacolati, allora e solo allora potremo giudicare un’altra persona. Altrimenti ogni nostra azione – per quanto strillata ai quattro venti – risulterà solo un fallimento. Questo è un sistema infallibile per comprendere se siamo o no degni. Guardiamo ciò che lasciamo dietro di noi. Se è buono, le nostre azioni saranno state buone. Diversamente, prendiamocela solo con noi stessi.

Freddezza

Ci capita di incontrare persone che, di fronte ad eventi dolorosi, sembrano non sapere cosa sia una lacrima, un sospiro, un dispiacere… e allora spesso le giudichiamo come aride, senza cuore… il nostro dolore, il nostro dispiacere grida allo scandalo di fronte a queste persone così misurate di fronte ad avvenimenti che ci sconvolgono o, alla meglio, ci intristiscono. 

 Eppure forse sarebbe doveroso da parte nostra chiederci se quello che noi confondiamo con scarsa partecipazione non sia piuttosto il risultato di una vita di sofferenza, un’abitudine al dolore che le ha portate se non proprio all’indifferenza quantomeno a vedere con distacco il dolore degli altri. 

Siamo spaventati all’idea di qualcuno che sopporti il dolore senza un lamento, che si lasci straziare dalla sofferenza senza perdere quello che noi definiamo controllo. Eppure dovremmo essere grati a queste persone, perchè – anche se non lo vogliamo ammettere – sono le uniche che non si scanseranno quando cercheremo una spalla sulla quale piangere.

Giu 21, 2014 - Sentimenti    No Comments

Amicizia

 

 

Tante parole si fanno, tante domande per cercare di capire cosa sia l’amicizia. Quando si dice che “chi trova un amico trova un tesoro” lo si dice non per scettico cinismo, ma a ragion veduta.
 
Se ognuno di noi guarda dentro e dietro di se’ si rende conto che per ogni epoca della propria vita si è data una definizione diversa di amicizia.
L’amico di infanzia è quello che divide con te i suoi giochi e non pretende che tu ceda i tuoi.
L’amico di giovinezza è quello con il quale ti ritrovi a confidarti i tuoi primi amori e che mai e poi mai ti ruberà la ragazza o il ragazzo e che rinuncia ad andare a ballare per stare con te se sei malato o triste o non hai una lira.
L’amico dell’età matura è colui che non cerca di fregarti, che non si fa negare al telefono se hai bisogno di lui, che non si vergogna di farsi vedere con te se hai le scarpe da risuolare.
L’amico d’inverno è colui che ti telefona ogni giorno per sapere se stai bene, che ti viene a portare la spesa quando sei malato, che ti invita a passare il Natale con lui se sei solo.
 
In realtà l’amicizia, quella vera, credo sia la capacità di intuire i bisogni dell’altro – che non sempre ha il coraggio di confessarli o di chiedere aiuto e comprensione – e andargli incontro.
 
Mi viene sempre in mente la Parabola del “figliuol prodigo”… il padre accoglie il figlio tornato a casa, mentre i fratelli non ne vogliono sapere. Il padre compie un gesto di profonda amicizia, accogliendo il ragazzo che si era separato da lui in cerca di una felicità che non ha trovato. I fratelli, che per età e per esperienze avrebbero dovuto mostrare sicuramente più comprensione e più affetto di un padre distante per età e per concezione di vita, invece no. 
 
Ecco, credo che l’amicizia vera sia la capacità di accogliere l’amico che si è allontanato da noi con lo stesso amore e la stessa comprensione di sempre. Ma per essere veramente amicizia questo sentimento deve essere reciproco. Altrimenti diventa solo una farsa e la parte più diligente prima o poi si stufa di essere sempre e solo un sostegno per l’altro, soprattutto quando questo non mostra interesse per la sua vita ma solo per ciò che l’altro può fare per lui. 
 
L’amicizia così come ognuno di noi in cuor suo spera di trovare e di incarnare è un sentimento a cui si arriva dopo anni e anni di lavoro su se’ stessi. Bisogna innanzitutto saper comprendere quali sono i propri difetti e correggerli. Se siamo egoisti dobbiamo imparare a mettere l’altro e le sue esigenze prima delle nostre, se siamo deboli di carattere dobbiamo rafforzarci, se siamo autoritari ed abituati al comando dobbiamo sforzarci di essere umili. L’amicizia ha bisogno di livellamento. Nessuno deve prevalere sull’altro, così come nessuno deve essere la spalla dell’altro.
Deve esserci mutualità nell’amicizia altrimenti non è amicizia. La persona debole può diventare forte se l’amico necessita di essere sostenuto e viceversa. Quando abbiamo bisogno di provare l’amicizia dell’altro questo non significa solo – secondo me – che abbiamo dubbi sulla sua amicizia, ma che dovremo perfino rivedere il nostro concetto di amicizia. Infatti, cos’è per noi un amico se abbiamo bisogno di metterlo alla prova? Un vassallo? un servitore? un mezzadro? un domestico, sulla cui strada mettiamo una moneta per vedere se possiamo fidarci della sua onestà? Non c’è nulla che ferisca di più un amico che sentirsi messo alla prova in questo modo. Ma se è un vero amico non ci abbadonerà. Infatti, non è la prova in se’ a dimostrarci la validità dell’amico, quanto il fatto che se lui si dovesse accorgere di queste nostre goffe manovre e non dicesse nulla, soffrisse in silenzio e comprendesse il nostro bisogno di certezze, solo allora capiremmo se è veramente un amico. Perchè, nonostante l’umiliazione alla quale viene sottoposto, non ci lascia. Rimane con noi. Quella, io credo, è vera amicizia. Paradossalmente, l’amico è tale fino a quando non dimostra il contrario. E non è la chiarezza ad infrangere l’amicizia ma è la mancanza di chiarezza che porta prima o poi alla frattura che spesso è insanabile.
 
Riguardo all’amicizia virtuale, tutte le raccomandazioni vengono intensificate… infatti, se è difficile mantenere un’amicizia nel mondo del contatto reale, personale, carnale quanto sarà più difficile mantenerla quando l’unico filo che lega le persone è quello discorsivo? Quanto più sarà difficile comprendersi, amarsi e rispettarsi?

 

 

Crocefisso si, Crocefisso no…


 


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L’unica cosa che mi perplime è: perchè mai l’invito a togliere il Crocifisso dalle aule scolastiche – cioè proprio dai luoghi deputati all’educazione anche religiosa dei ragazzi – è partito proprio da una famiglia di tradizione cattolica?  Cos’è che ha spinto queste persone ad armare tutto questo trambusto per un dettaglio che, torno a dire, non potrebbe mai creare problemi a nessuno?
Personalmente sono addolorata di questa querelle, perchè ritengo che un’educazione laica dovrebbe anche lasciare ai ragazzi la possibilità di crescere nei valori Cristiani, se lo vogliono. Togliere il Crocifisso dalla classe dove sono sicura che la maggioranza dei bambini hanno genitori Cattolici che hanno fatto battezzare i loro piccoli, che li presenteranno per la Prima Comunione o li hanno già presentati… significa privilegiare un pensiero che è magari isolato …

Se poi dovessi dire tutto ciò che penso… credo che ci siano persone che hanno paura di quello che il Crocifisso significa. Hanno paura dell’Amore che salva le vite, hanno paura della generosità che dimentica l’IO con tutte le sue tirannie. Chi teme il Crocifisso, secondo me, teme l’Amore nelle sue forme più alte.

E c’è di più… temo che questo sia l’inizio di una nuova caccia alle streghe… perchè purtroppo la storia ci insegna che laddove manchi il Simbolo di un Credo subito c’è n’è un altro pronto a sostituirlo. E non vorrei vedere, al posto del Crocefisso, qualcosa di diverso… e di terribile.


DELUSIONE

L’autonomia psichica è quella bella forma di libertà che ci consente di raggiungere il famoso “centro di gravità permanente” di cui tanto parlano di antroposofi.
Essere autonomi psichicamente significa soprattutto non basare il proprio sentire su quello dell’altro… significa avere ben chiaro quali sono i nostri e gli altrui limiti.

Non dovremmo mai lasciarci deludere da niente e da nessuno, ma dobbiamo anche ammettere che siamo esseri umani, quindi fragili e incompleti fino a quando non riconosciamo la nostra totale dipendenza da ciò che gli altri pensano di noi. Fino a quando rimaniamo “chiusi” in un sistema psichico che ci vuole figli o genitori, ricchi o poveri, belli o brutti, utili o inutili, buoni o cattivi, fino a quando cioè il nostro sistema psichico si baserà sulla dualità e sul giudizio inevitabile che ne deriva… non riusciremo ad evitare la delusione.

Il “centro di gravità permanente” rappresenta uno scoglio ben fermo nel mezzo del mare in tempesta. Mentre gran parte delle persone cerca questo scoglio in un altro-da-se, c’è però una minoranza che sfortunatamente (o fortunatamente) decide di dedicare tutta la vita alla ricerca dell’autonomia interiore, del famoso (ma esiste veramente?) “centro di gravità permanente”.

Sembra una banalità (da anni si sente dire che) ma affermare che “per essere sereni non bisogna aspettarsi nulla da nessuno” è forse una delle poche cose sagge da dire. Questo non significa – secondo me – che è sbagliato avere stima e fiducia nell’altro, ma semplicemente riconoscere che anche l’altro è esattamente come noi, quindi anche l’altro ha bisogno di trovare in noi un appoggio, una guida, qualcuno che non lo deluda. Personalmente, credo che l’amore e l’amicizia nascano fra due persone i cui rispettivi bisogni si incastrano perfettamente gli uni con gli altri. Ma dato che i bisogni mutano nel tempo, come mutano le persone in base alle esperienze che fanno, ecco che gli equilibri facilmente si spezzano e due persone che fino a poco tempo prima si amavano e si stimavano si trovano pian piano a farsi la guerra, senza neanche sapere perchè. In fondo – credo – la delusione non sta nello scoprire che l’altro ci è infedele (nelle idee come nelle promesse) ma nello scoprire che l’altro non è quello che pensavamo fosse. Non è lo scoglio che speravamo ci sostenesse durante la tempesta. Ancora una volta abbiamo cercato rifugio non nella parte più profonda di noi, quella dove brilla la Lux Divinae, ma nel bisogno che noi abbiamo dell’altro.

Può una parola deluderci? Non credo.

Non è una singola parola, detta magari senza riflettere e senza dolo, a deluderci… spesso prendiamo una parola a pretesto, cerchiamo il pelo nell’uovo per liberarci di un legame che non ci soddisfa più. Non soddisfa più il nostro bisogno egoico di specchiarci nell’altro.
E per rispondere alla tua domanda, se sia giusto aspettarsi qualcosa dall’altro… io credo sia sbagliato solo se non si è partecipato l’altro delle nostre aspettative… cioè se facciamo progetti che includono l’altra persona a sua insaputa. Se rimaniamo delusi è un nostro problema…

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